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Amarcord tra salari minimi garantiti e candeline di compleanno

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Esprimi un desiderio!” Con questo grido si è conclusa la splendida festa di compleanno della mia migliore amica dai tempi del liceo, al bordo di una magnifica piscina, in una notte illuminata da un numero di candeline in verità ancora contenuto.

Tutto questo in mezzo a coriandoli di petali rosa che, piovendo dall’alto, si mescolavano a spumante nebulizzato per iniziare gli astanti, in una sorta di rituale laico, all’ingresso nella comunità del divertimento (e della sana baldoria).

Durante questa festa ricca di bollicine, luci rutilanti e deliziosi personaggi vestiti in modo stravagante, ho avuto la fortuna di rincontrare persone importanti che avevo perso di vista da parecchio tempo (e per ‘parecchio’ intendo qualche lustro). 

Immerso in quest’atmosfera goliardica e un po’ onirica, ho potuto cogliere meglio l’essenza del genio di Fellini e del suo film Amarcord (“mi ricordo” in emiliano), il cui titolo è la citazione di una poesia del co-sceneggiatore Tonino Guerra (e che Pier Paolo Pasolini, con forse una punta di disappunto, riteneva avrebbe dovuto essere Asarcurdem, “noi ci ricordiamo”, a sottolineare la paternità condivisa dell’opera proprio tra Federico e Tonino).

Ne sono state dette tante su questo capolavoro, ma durante la festa di “Manu” (la mia amica) mi sono reso conto che forse, in quel film, Fellini ha voluto rendere una sorta di tributo nostalgico a una certa stagione della vita e a quell’inguaribile desiderio di voler rimanere adolescenti per sempre.

Ma pur non abbandonando mai il linguaggio simbolico, il film è anche fortemente contestualizzato: ambientato negli anni del ventennio fascista, delinea il deprimente perimetro di una Italietta ricca di rancori e ipocriti rigori. Pur non essendo Fellini un regista “politicamente impegnato”, di fatto una delle critiche più severe al fascismo deriva proprio da lui, in quanto la sua ispirazione non è politica, ma prima di tutto culturale. 

E sulla base di questa considerazione, credo che oggi, volendo affrontare una valutazione delle tematiche legate al diritto del lavoro, una critica giocata sul piano culturale sia più efficace di un approccio squisitamente “politico”. Ne è una chiara dimostrazione la questione del cd “salario minimo”, così stressata dal caleidoscopio mediatico. Infatti rimango francamente sbigottito dall’attenzione che si sta focalizzando sull’argomento sotto un profilo sia di merito, sia di utilità.

La questione è di poco interesse perché chiunque abbia avuto a che fare con il mondo del lavoro in Italia sa bene che la stragrande maggioranza delle aziende applica un contratto collettivo nazionale con livelli retributivi – già garantiti – ben al di sopra della soglia minima di cui si sta discutendo (e, cioè, 9 euro per ora di lavoro).

Quanto ai settori, certamente rilevanti, cd “non sindacalizzati”, faccio sinceramente fatica a capire come una legge sul salario minimo possa sostanzialmente migliorare la situazione; e ciò per due ordini di ragioni.

Innanzitutto, chi “oggi” assume vergognosamente in nero (come spesso accade ad esempio nei settori agroalimentari) continuerà a farlo in quanto non sarà certamente una legge sul salario minimo a fargli cambiare idea. Anzi.

Inoltre, la questione mi sembra superflua anche perché proprio l’assenza in Italia di un salario minimo (indirettamente derivante dalla volontà dei padri costituenti di adottare un sistema di relazioni sindacali diverso da quello corporativo fascista raccontato in Amarcord e che offriva uno “stipendio” efficace erga omnes) ha determinato il sorgere di un granitico orientamento giurisprudenziale – anche costituzionale –  secondo cui ai fini del giudizio di adeguatezza della retribuzione dei lavoratori, la valutazione deve essere compiuta sulla base dell’art. 36 Cost. e, con riferimento al singolo rapporto individuale, il giudice di merito può assumere come criterio proprio il parametro delle tariffe salariali dei contratti collettivi nazionali della categoria o di quella affine.

In altre parole, il giudice può applicare al singolo (patologico) caso i minimi tariffari previsti da un contratto collettivo di una categoria affine per condannare il datore di lavoro a pagare la “differenza”.

Non si comprende, quindi, cosa dovrebbe aggiungere l’introduzione “a monte” di un salario minimo, se la giurisprudenza già interviene quotidianamente e massicciamente “a valle” per la determinazione di questi minimi.

E così come nella confusione meteorologica di Amarcord compaiono un bue gigantesco e un pavone dalle piume dorate, può accadere anche tra gli operatori del diritto che il cortocircuito della realtà generi allucinazioni. 

Cerchiamo di non focalizzarci su aspetti secondari di una realtà astratta che tenta goffamente di affermarsi, come cerca di fare lo zio Teo (interpretato da Ciccio Ingrassia) quando, arrampicato su un albero, grida “Voglio una donna”, e cerchiamo semmai di volare su una bella mongolfiera come Snàporaz de La città delle donne (altro memorabile film di Fellini) alla ricerca di qualcosa di ben più ambizioso, nel suo caso la donna ideale, nel nostro riforme sul lavoro che siano davvero utili.

2 risposte

  1. Un bellissimo articolo, purtroppo viviamo di utopie irragiungibili sopratutto nella mia categoria lavorativa.. per fortuna amo il mio lavoro…a presto e al prossimo articolo…🤗

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