Chi crede a Babbo Natale? Sistemi giudiziari a confronto

In una delle (interminabili) serate di questo periodo, sempre più uguali l’una all’altra, ho visto una serie televisiva davvero bella, incentrata su un processo tenutosi nello stato di New York City.

La serie, che ha avuto un meritatissimo successo, si chiama The Undoing e racconta – senza volere spoilerare troppo – di un marito (il sempre più “grinzoso” ma ancor più affascinante Hugh  Grant) che viene accusato dell’omicidio dell’amante (la sanremese di adozione Matilde De Angelis), anche se la vera “protagonista” della serie è, almeno per me, l’eterea Nicole Kidman, moglie di Hugh, che, pur sicura dell’infedeltà del marito, non sa se “credere” – fino alla fine – alla sua innocenza (dall’accusa di omicidio).

C’è un frangente brevissimo in cui la tanto capace quanto cinica avvocata di Hugh (Noma Dumezweni) gironzola nell’aula passando sotto la scritta “In God We Trust” (letteralmente “in Dio Noi Confidiamo”) che è il motto ufficiale degli Stati Uniti dal 1956 (adottato, in tempi di guerra fredda, forse in contrapposizione all’atea Unione Sovietica).

Il detto era già diffuso negli USA ben prima degli anni ‘50 ed alcuni fanno risalire la sua origine a John Milton Hay (che fu il segretario personale di Lincoln e che si laureò alla Brown University il cui adagio era, appunto, In Deo Speramus) mentre altri alla strofa finale di The Star-Spangled Bann (scritta agli inizi dell’800 da Francis Scott Key e adottata più tardi come inno nazionale).

Vedendo la scena cinematografica ciò che però più mi ha colpito è la (apparente?) “contrapposizione” tra la frase statunitense (presente in aula) e quella che tutti coloro che frequentano i Tribunali in Italia leggono ogni giorno sopra la loro testa “La Legge è uguale per tutti” (che, per inciso, è sempre rivolta verso l’uditorio e le parti processuali e mai verso gli organi giudicanti).

Sembrerebbe quindi esservi una distinzione tra una visione laica della giustizia ed una visione “religiosa”.

Se poi avete avuto la possibilità di assistere ad un processo federale negli States potete avere notato che i procedimenti si aprono con un commesso che recita la frase rituale: “Dio salvi gli Stati Uniti e questa onorevole corte“.

È noto che il diritto del lavoro determina in Italia, da sempre, un forte contenzioso e, quindi, non appare secondario riflettere sulle frasi, anzi sulle uniche frasi, “scolpite” sui muri delle aule dei Tribunali, che, evidentemente, hanno un’importanza significativa sui principi ispiratori e regolatori del processo.

Immaginiamo un contenzioso di diritto del lavoro: cambierebbe qualcosa nell’essere giudicati da un Tribunale che si preoccupa di specificare immediatamente che “la legge è uguale per tutti” rispetto ad uno in cui ci si riferisce alla credenza in Dio?

La frase “la legge è uguale per tutti” ha certamente un significato più ovvio, almeno per noi, in quanto esplicita un principio illuministico di uguaglianza sancito anche all’art. 3 della nostra Carta costituzionale.

Certamente meno ovvio è il “motto” statunitense che peraltro sembra influire non solo in ambito giudiziale, ma anche politico, considerato che gli stessi Presidenti degli USA ripetono spesso “Dio benedica l’America”.

Ma veramente “In God We Trust” ha un significato così strettamente religioso? E davvero si intende così demandare a Dio una sorta di “supervisione” della giustizia? 

Tuttavia la domanda potrebbe essere mal posta, in quanto ciò che vorrei capire è se ci si riferisca veramente a “Dio” (inteso come divinità monoteistica) nel motto americano.

La risposta la ho forse trovata in un altro (delizioso) film di “Natale” (!) che tutti noi abbiamo visto e, cioè, Miracolo sulla 34a Strada di Les Mayfield.

La commedia è ambientata (anche questa sì) a New York City e parla (anche questa) di un processo contro (questa volta) Kris Kringle (Richard Attenborough), accusato di truffa perché afferma di essere Babbo Natale.

Non ho paura di spoilerare niente – perché questa pellicola la hanno vista davvero tutti – nel dire che Susan, la piccola protagonista, credendo che il sig. Kringle sia davvero Babbo Natale risolve favorevolmente il caso consegnando al Giudice un biglietto di auguri con dentro un biglietto da un dollaro.

Il magistrato vedendo la banconota si accorge, forse per la prima volta, che anche lì c’è la scritta «In God We Trust»!

Quindi addirittura Dio viene citato sul denaro? È possibile?

A questo punto il giudice, con un monologo, spiega – in un caso sulla veridicità dell’esistenza di Babbo Natale – il perché della “presenza” di “Dio” sul dollaro (e forse il “senso” della giustizia americana). 

Il ragionamento (a mio avviso sofisticatissimo pur essendo inserito in una commedia di Natale) suona più o meno così: il Dollaro è una moneta garantita dal Governo da cui si può trarre esplicitamente la propria fiducia in Dio. Ora, se il Governo può arrivare a questa affermazione di “fede” senza potere neanche sapere se effettivamente Dio esista o meno, lo può fare in forza del mandato (investitura) del proprio popolo.

Come (ma questo lo aggiungo io non il giudice di NYC) un tempo si pensava che i regnanti fossero tali in forza della grazia di Dio, nella democrazia americana si è addirittura arrivato a sostenere che non è Dio a investire il popolo, ma viceversa, in quanto Dio esiste perché riconosciuto dal popolo americano che – tramite il Governo, anzi il Ministero del Tesoro – può addirittura inserirlo sulle banconote.

Se questo è vero – prosegue il giudice riprendendo la parola – allora un magistrato di NYC può arrivare a stabilire che nulla vieta di affermare la piena esistenza di Babbo Natale nella persona del Kris Kringle se il popolo di quello Stato così crede.

l “God” del motto degli Stati uniti, quindi, non è (forse) il Dio religioso (essere eterno) come lo intendiamo noi, ma – in una repubblica democratica come sono gli USA – incarna la dimostrazione dell’importanza del popolo americano.

Il motto quindi è un atto di “fede” ma non nel senso teologico classico, bensì in senso “politico”.

D’altronde, tale principio è confermato da numerose verifiche empiriche: negli USA molte nomine di organi giurisdizionali sono elettive (mentre in Italia vi si accede solo tramite concorso) ed il ruolo della giuria popolare è enormemente superiore rispetto a quello ricoperto in Italia. I rappresentanti della giustizia sono rappresentanti del popolo prima che della legge.

Però anche in Italia le sentenze sono pronunciate “in nome del popolo italiano” e, quindi, il mio ragionamento è sbagliato?

Trovo la questione posta in alcune riunioni del 1947 nelle quali il Costituente Piero Calamandrei, afferma “Quando i giudici pronunciano una sentenza, la pronunciano in nome di un ente avente una personalità giuridica, come è la Repubblica o lo Stato. La frase «in nome della legge» è invece solo un modo di dire che, dal punto di vista giuridico, non ha alcun significato, perché la legge non è un Mandante”.

Dopo l’intervento di Calamandrei è arrivata la proposta del Costituente Giuseppe Cappi: «Le sentenze sono pronunciate in Nome del Popolo». E i Padri, all’unanimità, legittimarono tutta l’attività che avrebbe svolto la Magistratura “In Nome del Popolo Italiano”, rendendo pertanto il Popolo l’unico Mandante.

Quindi anche in Italia il popolo è mandante della Magistratura, ma lo è in senso meno diretto e assoluto in quanto vi sono degli elementi intermedi (concorsi pubblici, incumulabilità di alcuni incarichi con altri etc.) che tendono a rendere la magistratura soprattutto terza e imparziale.

A voi scegliere quello che preferite, intanto la serie non è finita e non mi interessa tanto capire se Hugh sia colpevole o meno, ma più se la strategia difensiva del suo avvocato ha fatto sorgere quel “ragionevole dubbio” utile per non condannarlo…. scusate, deformazione professionale.

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