Cosa ci dice lo sciopero per lo smart working al New York Times

smart working

La faccenda dello sciopero dei dipendenti del The New York Times che non vogliono rinunciare allo smart working ha avuto eco mondiale a metà settembre. Quando parliamo del NY Times non ci si deve riferire solo a grande un quotidiano americano, ma a un think thank globale.

Oltre 700mila copie distribuite al giorno e oltre 1 milione di lettori abbonati all’edizione digitale in tutto il mondo, grandi firme per gli editoriali, 101 premi Pulizer vinti per i suoi scoop e dal 2007 una nuova grande sede a Manhattan progettata da Renzo Piano.

Ecco, in questi uffici sull’Ottava Avenue, una bella fetta di giornalisti hanno detto che non desiderano tornare. Anzi, l’invito al lavoro in presenza con il cestino per il pranzo offerto dal giornale è stato ritenuto quasi un’offesa… Il fatto è questo, il NY Times ha chiesto ai suoi dipendenti di tornare in ufficio tre giorni alla settimana per lavorare in presenza. La risposta, però, è stata picche.

Quasi 1.300 giornalisti – su un totale di circa 5 mila – hanno rifiutato di rientrare in ufficio e stanno cercando di ottenere migliori condizioni contrattuali.

 

Nel post pandemia le lamentele sullo smart working si stanno presentando spesso.

 

Nel post pandemia queste lamentele si stanno presentando piuttosto spesso, dagli USA all’Italia. Da un lato ci sono i manager che sostengono la necessità del contatto diretto in presenza, del lavoro di squadra in sede, e almeno tre/quattro giorni alla settimana in ufficio per giustificare l’affitto dei locali. Dall’altro i collaboratori ormai abituati ad operare da remoto. È successo lo scorso anno anche alla Apple, con la lettera di minaccia delle dimissioni da parte di un nutrito gruppo di collaboratori, è successo alla Maticmind di Modena, con i sindacati che hanno indetto due ore di sciopero il 6 settembre in risposta alla decisione di ridurre il lavoro agile per gli 800 dipendenti.

Se, prima della pandemia, lavorare prevalentemente da casa sembrava un privilegio per pochi, ora i lavoratori sanno che è concretamente possibile e non accettano più di dover perdere tempo prezioso per spostarsi in ufficio.

Tra le argomentazioni portate dai giornalisti scioperanti del NY Times, infatti, c’è un importante aspetto economico: lavorare fuori significa spendere per la benzina, gli abbonamenti ai mezzi pubblici e i pranzi fuori. Vale per New York, una delle città più care del mondo, può valere anche per Milano, una delle città più care d’Europa.

 

Quindi, cosa ci dice lo sciopero per lo smart working al NY Times?

  1. Durante la fase più acuta della pandemia i lavoratori hanno fatto del loro meglio per adattarsi alla situazione, hanno acquisito nuovi metodi di lavoro e sperimentato maggior produttività, quindi non vogliono tornare indietro e sostengono il valore della flessibilità;
  2. La vita nelle grandi città, anche a causa dell’inflazione crescente, è diventata troppo costosa e le persone trovano ingiustificato sopportare dei costi accessori per andare a svolgere le loro mansioni.
  3. Gli spazi di cui le organizzazioni si sono dotate non rispondono più alle esigenze del lavoro di concetto in epoca digitale. Le mansioni intellettuali sono ormai scollegate dalla postazione assegnata.

 

Benché il lavoro da remoto non piaccia a tutti, anche in Italia i sondaggi dimostrano che almeno la metà dei lavoratori che hanno sperimentato lo smart working preferirebbe continuare a svolgere la sua mansione in modalità agile.

La pandemia ha stravolto le regole e gli spazi, ignorare che non sia accaduto nulla non è la soluzione, l’unica possibilità è ripensare le nostre organizzazioni.

 

Francesco Sani

Francesco Sani

Giornalista Pubblicista laureato in Sociologia all'Università di Firenze. È membro di redazione della rivista Firenze Urban Lifestyle e collabora con magazine e blog su temi attinenti la Cultura, Ambiente, Costume e Società. Scrive inoltre per Il Fatto Quotidiano, Elitism Florence e Artribune.
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