L’evoluzione della formazione

Sin dai tempi in cui i grandi filosofi greci dibattevano con i propri discepoli, la nostra necessità di tramandare la conoscenza ha sempre dovuto fare i conti con la necessità di un luogo fisico in cui trovarsi. Aristotele, ad esempio, passeggiava liberamente per giardini e colonnati, dialogando con quelli che al giorno d’oggi chiameremmo i suoi “followers”.

È solo dal medioevo che le scuole hanno cominciato a creare spazi di apprendimento che prevedessero tavoli e sedie, e uno dei primi esempi di aula frontale con disposizione a “pulpito” (una cattedra centrale e banchi disposti a file di fronte) si ha con la nascita dell’Università di Bologna.

Successivamente, con l’inizio dell’era industriale e il ricorso a modalità di gestione efficiente degli spazi, si è vista la nascita dell’aula moderna che tutti conosciamo, anche se le principali novità introdotte hanno riguardato solamente l’aumento della densità di posti a sedere e negli ultimi due decenni, la possibilità di presentare contenuti multimediali.

Storicamente, l’aula è sempre stato un luogo dove “assorbire” informazioni impartite dal formatore, ma con lo svilupparsi dell’era dell’informazione, l’importanza della memorizzazione seriale di nozioni ha ceduto il passo al valore dello sviluppo di competenze analitiche, organizzative, di comunicazione e così via; la classica aula di formazione non ci basta quindi più, e questo è vero sia per le università e le scuole sia soprattutto per le aziende.

Inoltre un recente studio (Park & Choi, 2014) ha evidenziato come le aule tradizionali hanno una “golden zone” ed una “shadow zone”, ovvero zone che rispettivamente favoriscono o minano l’apprendimento dei partecipanti ai corsi. Gli studenti seduti nella shadow zone, in fondo all’aula, hanno mostrato minor comprensione e memorizzazione delle informazioni e maggiore facilità ad essere soggetti a distrazioni a causa della lontananza, oltre a ridotta motivazione e concentrazione dovuti al più sporadico contatto visivo con l’insegnante.

Lo studio ha anche individuato tre fondamentali aspetti dell’apprendimento in aula: comunicare, partecipare e concentrarsi, che non sono però favoriti dal modello di layout frontale con sedute fisse classico delle università.

Nel mondo dell’educazione e della formazione aziendale sta quindi emergendo la necessità di ripensare gli spazi in un’ottica di confronto sia tra pari sia tra allievi e docente

Dal “sapere” al “saper fare”: l’importanza del transfer

Il valore del confronto sociale, infatti, non si manifesta nel mero apprendimento di competenze: la formazione, come tutti i manager sanno, deve avere un ritorno di investimento. E non c’è ritorno di investimento se le conoscenze apprese in sede di formazione non vengono trasferite (e mantenute) nel lavoro di tutti i giorni. Può sembrare banale, ma tutti prima o poi partecipiamo ad un corso di formazione, anche coinvolgente e ben progettato, per poi tornare in ufficio e non applicare sul lavoro niente di tutto quello che abbiamo appreso. In questo senso, è fondamentale il concetto di transfer, termine che identifica appunto il trasferimento sul luogo di lavoro delle competenze apprese in aula.

Come fare in modo quindi che un lavoratore trasferisca effettivamente le competenze acquisite? Tra i fattori più importanti per il transfer troviamo la definizione di obiettivi chiari, esperienze pratiche di applicazione e soprattutto feedback e supporto verbale. Tutti aspetti che incidono sull’effettiva motivazione del partecipante ad allenare le nuove conoscenze acquisite, mettendole in pratica nell’operatività del proprio lavoro (Chiaburu & Lindsay, 2008).  

Il docente scende dalla cattedra : l’apprendimento cooperativo

Per aiutare ulteriormente questo tipo di processo, studi hanno dimostrato che sul luogo di lavoro l’assimilazione delle informazioni e il miglioramento della performance sono influenzati positivamente da fattori come l’apprendimento cooperativo (Johnston et al, 1998) e il coinvolgimento attivo degli partecipanti con i formatori (Astin, 1993). Questi elementi non sono solo importanti per la memorizzazione di nozioni tecniche, ma anche e soprattutto per lo sviluppo di competenze “soft” come problem solving, capacità di analisi, leadership e molte altre skills, che sono fondamentali per le aziende.

Alla luce di questo tipo di approccio, risulta evidente come l’aspetto partecipativo sia fondamentale. Che si tratti di un consulente esterno o del supervisore, il formatore deve creare un ambiente in cui venga data al partecipante la possibilità di confrontarsi attivamente con i colleghi, al tempo stesso fornendo un feedback costante e garantendo che gli obiettivi della formazione siano sempre chiari e percepiti come raggiungibili. In questo senso, è facile immaginare i limiti della classica presentazione frontale: il formatore dovrebbe scendere dalla cattedra e non solo presentare attività pratiche e partecipative, ma “gettarsi nella mischia”, prendendo parte ai lavori e supportando attivamente i partecipanti. E nelle aule che tutti conosciamo, tra striminzite file di sedie e scomodi tavolini reclinabili, questo può essere più difficile del previsto.

Il formatore scende quindi dal pulpito e passa da una logica di “sage on the stage” a “guide on the side”, diventa un coach che facilita l’apprendimento collaborativo ed allena le competenze trasversali e la capacità di elaborare le informazioni.

Le organizzazioni, e quindi gli individui, dovrebbero così puntare ad un tipo di apprendimento che permetta di accedere e decifrare in modo rapido le nuove informazioni disponibili e sviluppare di conseguenza le nuove skill necessarie per innovare.

Spazio fisico e spazio digitale

Alla luce di questo, un adeguamento dell’intero apparato formativo risulta fondamentale. Innanzitutto, informazioni accessibili a chiunque, in qualsiasi momento.Questo può essere aiutato dallo sviluppo di un ambiente virtuale di learning (VLE), che permetta così alle persone di ampliare possibilità e modalità di apprendimento, incrementandole in maniera esponenziale. Si pensi ad esempio alle moderne lavagne interattive, che consentono agli utenti non solo di poter seguire la lezione da remoto, ma di interagire, diventando vera e propria parte attiva. L’obiettivo è così quello di andare incontro alle crescenti necessità di flessibilità, per permettere una fruizione dell’apprendimento più “personalizzata” e che può, anche grazie a servizi quali l’online tutoring, fungere da rinforzo e remind rispetto alla formazione face to face.

 Oltre ai supporti digitali, il cambiamento passa anche dagli spazi fisici che devono diventare ambienti che supportino l’interattività e il confronto tra persone.  Come abbiamo visto infatti, le informazioni vengono sempre più scambiate e assimilate soprattutto tramite un processo “peer to peer”, rispetto al classico approccio frontale del “teacher to student”.

Per far ciò, occorre che gli spazi siano flessibili e modulabili, così da facilitare quella che è una vera e propria partecipazione attiva delle persone al processo di apprendimento.

Quindi, se pensiamo alle nuove aule di formazione, esse hanno il compito di permettere a tutti (studenti e insegnanti) di poter facilmente interagire tra loro, incentivando di fatto connessioni e momenti di confronto.

Fondamentale è quindi concepire lo spazio con la possibilità di rimodulare layout e disposizione degli arredi in modo semplice e veloce: non più sedie e banchi fissi, ma elementi studiati in modo da poter essere spostati, cambiando di volta in volta la configurazione a seconda delle necessità e dell’obiettivo; da lezioni frontali a progetti in team, da brainstorming a workshop. Il fatto stesso di dare la possibilità agli utilizzatori dell’aula, siano docenti o allievi, di personalizzare il contesto ed interagire attraverso strumenti digitali o fisici aumenta inoltre il livello di partecipazione e quindi di apprendimento.

Oltre l’aula : l’incidental learning

Ripensare lo spazio dunque, permette di modificare il concetto stesso di formazione. Lo sguardo si fa più ampio, e si inizia così a considerare luoghi che siano oltre l’aula, verso un modello molto meno strutturato, più “informale”. A poco a poco, il controllo del processo formativo si sposta in questo modo nelle mani di chi apprende; ciò significa che, oltre a poter essere incoraggiata, la formazione può svilupparsi in maniera autonoma, come esigenza intrinseca delle persone che vivono in un determinato contesto.

Ed è proprio questo il fulcro. Se incentivato, l’apprendimento diventa pian piano un’esigenza, derivante soprattutto dall’esperienza di un ambiente dinamico e collaborativo.

Facendo un passo ulteriore, si viene a creare un tipo di apprendimento cosiddetto “incidentale”; le persone assimilano nuove informazioni/abilità grazie a tutte quelle attività non intenzionali che possono avvenire nel corso dell’esperienza di tutti i giorni .

In questo i layout degli uffici pensati secondo il modello activity based stimolano incontri casuali e collaborazione, e quindi facilitano il nascere di una formazione che va oltre i confini dell’aula.

Pensiamo alle pause caffè o alle pause pranzo, o semplicemente ai momenti di relax. Con la cultura giusta, si viene a creare una vera e propria comunità all’interno dell’organizzazione; in un contesto del genere, l’accrescimento dell’individuo non avviene in isolamento, ma è parte della rete di relazioni che si costruisce e si coltiva. Il processo di apprendimento porta dunque ad uno sviluppo della persona in relazione all’ambiente che la circonda; non solo spazio fisico, ma contesto socio-culturale, all’interno di una dimensione più ampia e complessa.

Proprio per questa forte contaminazione con l’ambiente circostante, il ripensamento degli spazi non può passare solo dalle aule di formazione perché “Every space is a learning space”.

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