Il blog di Workitect

GAME, SET, MATCH: decalogo per le relazioni del personale

Sono le nove di mattina di qualche giorno fa. Sulle gambe si sente quel freddo pungente tipico dei cambi di stagione, dove ci sono persone che girano ancora con il maglione a collo alto ed altri che sfoggiano prepotenti bicipiti, figli di diete senza senso e dal sapore asettico.

Con uno dei miei migliori amici, ci ritroviamo su una superficie rettangolare, ricoperta di una splendida terra rossa e venata di linee bianche che distinguono il giusto dallo sbagliato, il “bello” da un atroce rammarico.

Sono uno dei pochi “ortodossi” che continua a giocare a tennis (molti si sono convertiti alla riforma “protestante” dell’isterico e semplicistico “paddle” e, quasi tutti, si ritrovano sempre più spesso a pedalare in ogni dove), forse perché del tennis mi piace semplicemente tutto e, a mio avviso, rispecchia esattamente quello che è, o forse quello che dovrebbe essere, il mondo del lavoro e delle relazioni sindacali.

Tra gli “ordinari” del tennis che potrebbero essere degli ottimi direttori del personale, inizierei con Andre Agassi, uno che non amava i colpi “interlocutori” e che è forse il più grande tennista di “risposta” da fondocampo di tutti i tempi.

Secondo lui, “la cosa migliore del tennis è che non puoi giocare con l’orologio. Non puoi andare in vantaggio e rallentare il gioco. Devi trovare un modo per concludere”.

Ecco, troppo spesso nelle relazioni sindacali sembra di ritrovarsi in un game eterno e inutile in cui più che arrivare all’obiettivo (il punto che legittimamente ognuno dei giocatori cerca di fare) sembra essere interessati a “buttarla” dall’altra parte, cosa che è tra le peggiori scelte che si possano fare nel nostro mestiere.

Ma torniamo a noi.

Con il mio amico fraterno, per il quale utilizzerò un nome assolutamente non di fantasia, Francesco, dopo un’oretta di gioco siamo ad una punto delicato e cruciale (sono riuscito a ribaltare la partita), il servizio sta a me e sto cercando la palla fortunata (noi tennisti siamo terribilmente scaramantici nel decidere la palla da tirare come prima di servizio nonostante siano tutte assolutamente uguali), forse perché come asseriva Lars Gustafsson, essendo il “servizio una finestra sull’ignoto” la cosa più prudente da fare è affidarsi alla sorte.

Altra caratterista che il tennis ha più di mille altri sport e che lo avvicina al mondo del lavoro è il fatto che non è mai uguale a sé stesso.

Nadal dice che: “nessuna palla è uguale a quella che la precede. Nessun colpo è identico a un altro. Ogni volta che ti prepari a riceverne uno devi quindi valutare, in una frazione di secondo, la traiettoria e la velocità della palla e decidere come, con quanta potenza e dove cercare di ribattere”. 

Non è forse esattamente quello che succede quando si deve presentare un nuovo piano organizzavo? Quelli che sono simili al precedente o che sono “traslati” da altre realtà non funzionano mai. La capacità di avere repentine intuizioni è essenziale per la “riuscita” della partita HR.

Forse troppo rapito da questi pensieri, il mio servizio è stato pessimo e Francesco (caro amico…) mi ha messo un lungo linea che mi ha spiazzato. Sono in parità al game che potrebbe definire anche il set e il match.

E sì, perché, come raccontava Billie Jean King – una delle più grandi tenniste della storia ricordata anche per il suo impegno contro il sessismo nello sport e che, nella “battaglia dei sessi” del ’73, vinse contro un certo Bobby Riggs, vincitore maschile a Wimbledon – “il tennis è la perfetta combinazione di una azione violenta che si svolge in un clima di totale tranquillità”. 

Cosa che dovrebbe insegnarci qualcosa anche sui tavoli sindacali, considerato che molti si sono scordati che in quel fantastico “diritto senza norme” che è il diritto sindacale, non si deve mai negare il conflitto, ma questo deve essere sempre rispettoso dei legittimi limiti e delle “regole” del gioco, prima fra tutte quelle di mantenere un clima civile e rispettoso. Troppo spesso ai tavoli sindacali si urla non sapendo neanche di cosa di stia parlando.

Tra queste mie elucubrazioni, sono passato in vantaggio… un rovescio incrociato niente male, Francesco non prova neanche a prenderla.

Posso chiudere una partita, quella che negli altri sport viene prosaicamente chiamata “paura di vincere” la sento tutta nelle mani, ma mi voglio affidare ad una ben più alta definizione formulata dell’inquieto Goran Ivanisevic che si raccontava così: “Il mio problema è che in ogni match io gioco contro cinque avversari: il giudice di sedia, il pubblico, i raccattapalle, il campo e me stesso”.

Anche nel mondo HR, è difficile ammetterlo, il più pericoloso nemico siamo noi stessi per la paura di non raggiungere gli obiettivi, di non riuscire ad accettare il cambiamento, per la pigrizia di non rimetterci in gioco e di non ascoltare i nostri “allenatori” (come può essere un buon avvocato giuslavorista…).

In questo decalogo, non può mancare lui, Roger Federer, il Re ed a mio avviso il più grande giocatore di tutti tempi, che, sul punto decisivo contro il temibile Francesco e dopo avere apprezzato la mia rimonta, si avvicinerebbe e mi sussurrerebbe all’orecchio: “I match che ricordo più volentieri sono quelli che stavo perdendo e sono stato capace di ribaltare”.

Perché il tennis è lo sport, come la gestione delle risorse umane, in cui non puoi gestire il risultato ed in cui re-inizi da zero ogni maledetto game e set.

Avevo promesso a Francesco di non dire a nessuno che ho vinto la partita, ma l’amicizia significa anche saper accettare i difetti dell’altro e gioire delle sue vittorie. Ti concederò presto la rivincita…

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