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Il dibattito sul salario minimo in Italia deve essere portato a livello europeo

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Sull’onda del dibattito attuale nel nostro Paese – e sullo stimolo del precedente articolo pubblicato su questo blog da Sergio Alberto Codella il 20 giugno – ho provato anch’io a mettere in fila un pensiero.

In quel testo il nostro avvocato giuslavorista afferma che, in materia di diritto del lavoro, le critiche giocate sul piano culturale siano più efficaci di un approccio squisitamente “politico”. A suo avviso la storia del cosiddetto “salario minimo” è stressata dal caleidoscopio mediatico, tanto da farlo rimanere sbigottito dall’attenzione che si sta focalizzando sull’argomento sotto un profilo sia di merito, sia di utilità.

In sostanza la questione sarebbe pretestuosa, perché in Italia la stragrande maggioranza delle aziende applica un contratto collettivo nazionale con livelli retributivi garantiti al di sopra della soglia minima di cui si sta discutendo, ovvero 9 euro per ora di lavoro. 

Il ragionamento dell’avv. Codella segue giustamente la linea del giuslavorista: << […] proprio l’assenza in Italia di un salario minimo ha determinato il sorgere di un granitico orientamento giurisprudenziale – anche costituzionale – secondo cui ai fini del giudizio di adeguatezza della retribuzione dei lavoratori, la valutazione deve essere compiuta sulla base dell’art. 36 Cost. e, con riferimento al singolo rapporto individuale, il giudice di merito può assumere come criterio proprio il parametro delle tariffe salariali dei contratti collettivi nazionali della categoria o di quella affine>>. 

Come spiegare però che negli ultimi trent’anni il salario medio in Italia sia diminuito del 2,9% e siamo l’unico Paese OCSE con un valore negativo? Forse la contrattazione collettiva è stata strategicamente depotenziata?

Voglio poi provare a inserirmi nel ragionamento portandolo ad un livello di respiro europeo. Oggi, appunto, da noi ci sono due impostazioni: quella che sostiene la necessità dell’introduzione di un minimo legale e quella che ritiene che sia sufficiente estendere a tutti la validità dei contratti di riferimento di ogni settore siglati dalle sigle sindacali Cgil, Cisl e Uil.

In questo dibattito si inserisce la notizia dell’accordo tra Parlamento e Consiglio europeo sulla proposta di Direttiva per «un equo salario minimo» formulata dalla Commissione a ottobre 2020, un fatto politico ma che non si traduce nell’imposizione di un salario minimo anche in Italia. 

Quindi l’UE non ambisce né ad avvicinare i livelli salariali tra i paesi né per i membri che non hanno un salario minimo per legge (oltre all’Italia abbiamo Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia e Svezia) a far introdurre tale misura. Le politiche per il lavoro e l’occupazione sono e restano di competenza degli Stati membri, non della Commissione.

La proposta di Direttiva cerca solo di armonizzare i criteri di definizione dei salari minimi – per renderli genericamente “adeguati” – tenendo conto delle condizioni economiche come pure delle differenze regionali e settoriali o del loro aumento nel tempo. È questo di qualche utilità per il dibattito nostrano? No.

Perché il problema è endogeno ma anche esogeno all’Italia.

Endogeno nei casi in cui la contrattazione collettiva nel nostro Paese ha portato lavoratori e lavoratrici di alcuni settori nei fatti sotto la soglia dei fatidici 9 euro lordi l’ora. Contratti nazionali firmati da minuscoli sindacati e – in quanto sottoscritti da organizzazioni rappresentative – non disapplicabili ai sensi del sopracitato articolo 36 della Costituzione.

Esogeno nei casi in cui l’ingresso nella UE di Paesi con condizioni di salario e conflittualità sindacale deboli, vedi Polonia o Romania, spinge alla delocalizzazione o al ricatto di delocalizzazione. Minacce di abbandonare l’Italia che significano riduzione delle tutele e contenimento della crescita dei salari.

In un’Europa dove si cerca di rendere tutto integrato, l’unica cosa che non si vuole unificare sembrano le condizioni del lavoro e i diritti

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