In ufficio non ci torno più: come affrontare la paura da rientro

Articolo di Luca Brusamolino e Vittoria Olivieri per Il Fatto Quotidiano.

Il 2020 è un punto zero per la nostra società; un crocevia che verrà ricordato per la più grande pandemia che il mondo ricordi, ma anche l’anno della definitiva consacrazione di un nuovo modo di lavorare: lo smart working. L’emergenza Coronavirus ha infatti costretto la maggior parte delle aziende a chiudere le sedi e far lavorare da casa i propri dipendenti che, da un giorno all’altro, si sono trovati a lavorare chi dalla cucina, chi dalla camera da letto o chi, tra i più fortunati, dal terrazzo.

Le misure restrittive adottate hanno comportato, inoltre, una serie di modifiche delle nostre abitudini, sia personali che lavorative, e reso i confini tra attività lavorative ed extra-lavorative sempre più labili. Questo cambio di abitudini può essere analizzato approfondendo dal punto di vista socio-psicologico due fattori: da una parte la paura per il contagio e dall’altra l’adattamento alla nuova routine.

La pandemia ha quindi sdoganato il lavoro da casa e obbligato a un’accelerazione del processo di digitalizzazione, ma quale sia l’impatto sul benessere per le persone e per le organizzazioni è ancora tutto da capire; come è da capire quale sarà il nuovo equilibrio tra lavoro da remoto e attività in presenza.

Il mondo di ieri

In Italia, prima della diffusione del Covid-19, lo smart working ha sempre faticato a decollare. Veniva considerato, infatti, un modello di lavoro adatto solo alle multinazionali o alle aziende più innovative. Quella giornata a settimana (o al massimo due) di lavoro da remoto concessa ai dipendenti era vista come una vera e propria liberazione dalla catena che li legava costantemente alla scrivania. Rimaneva, però, solida la convinzione che, per controllare lo svolgimento di un lavoro ben fatto, non c’era alternativa che recarsi tutti i giorni in ufficio. La repentinità dello stato di emergenza, invece, ha portato molte aziende a spostare per l’intera settimana il lavoro dall’ufficio alla casa dall’oggi al domani, in maniera spesso improvvisata.

Il mondo adesso: una nuova “normalità”

Questo esperimento forzato ha ribaltato le faccenda: lo scetticismo e la diffidenza per il lavoro da remoto sono stati sostituiti da una ferma convinzione che, vuoi per paura o per abitudine, ritornare in ufficio non sia più un obbligo, ma solo un’opzione. La paura per il contagio è ancora potente e rappresenta l’aspetto cruciale che fa da ostacolo nella riprogrammazione del rientro in ufficio. In questo senso, non può essere sottovalutato il fatto che il coronavirus abbia rappresentato, e rappresenti tutt’ora, un virus non solo biologico ma anche psicologico.

La paura comporta una sovrastima del rischio di contagio. Il nostro vicino di scrivania non è più il collega con cui il ritrovarsi può generare un valore aggiunto o un puro momento di socialità, ma un possibile “untore” da cui allontanarsi. Tali convinzioni spingeranno i lavoratori a rimanere, chissà ancora per quanto, nella loro “gabbia dorata” creatasi durante il lockdown.

Questa attribuzione ci porta al secondo tema che per certi versi si ricollega a quello della paura: l’abitudine. D’altronde, si sa, l’essere umano, in quanto tale, non solo è soggetto all’abitudine ma riesce ad adattarsi anche in fretta. Se all’inizio verso le misure restrittive molti dimostravano insofferenza e necessità di evadere dalla casa per problematiche di vario genere, è bastato poco per far sì che questa situazione si trasformasse in una nuova “comfort zone”. La casa è diventata allo stesso tempo prigione angusta e rifugio sicuro. La comodità è rassicurante ma è rischiosa, tende a farci fare il minimo indispensabile; una volta che si instaura una relazione confortevole con il nostro home office è difficile uscirne e abbandonarlo vorrebbe dire fare fatica, vorrebbe dire avventurarsi fuori dalla rete di sicurezza, vorrebbe dire cambiare.

Il mondo domani: un modello ibrido

Non si può quindi tornare indietro ma è necessario trovare un nuovo equilibrio, un modello ibrido tra lavoro dalla sede e lavoro da remoto. Serviranno sicuramente tolleranza e flessibilità verso i lavoratori che mostrano difficoltà nel rientro in ufficio. Il consiglio per i manager è quello di lasciare la libertà ai dipendenti di esprimere paure, insicurezze o perplessità rispetto al rientro. Inoltre, far emergere l’importanza della condivisione, coinvolgere tutti i lavoratori e chiarirgli obiettivi specifici e finalità generali sono sicuramente i primi passi per riaccendere la miccia della motivazione, e per valorizzare non solo l’incontro ma il contributo singolo portato da ognuno.

Il mondo di ieri

In Italia, prima della diffusione del Covid-19, lo smart working ha sempre faticato a decollare. Veniva considerato, infatti, un modello di lavoro adatto solo alle multinazionali o alle aziende più innovative. Quella giornata a settimana (o al massimo due) di lavoro da remoto concessa ai dipendenti era vista come una vera e propria liberazione dalla catena che li legava costantemente alla scrivania. Rimaneva, però, solida la convinzione che, per controllare lo svolgimento di un lavoro ben fatto, non c’era alternativa che recarsi tutti i giorni in ufficio. La repentinità dello stato di emergenza, invece, ha portato molte aziende a spostare per l’intera settimana il lavoro dall’ufficio alla casa dall’oggi al domani, in maniera spesso improvvisata.

Il mondo adesso: una nuova “normalità”

Questo esperimento forzato ha ribaltato le faccenda: lo scetticismo e la diffidenza per il lavoro da remoto sono stati sostituiti da una ferma convinzione che, vuoi per paura o per abitudine, ritornare in ufficio non sia più un obbligo, ma solo un’opzione. La paura per il contagio è ancora potente e rappresenta l’aspetto cruciale che fa da ostacolo nella riprogrammazione del rientro in ufficio. In questo senso, non può essere sottovalutato il fatto che il coronavirus abbia rappresentato, e rappresenti tutt’ora, un virus non solo biologico ma anche psicologico.

La paura comporta una sovrastima del rischio di contagio. Il nostro vicino di scrivania non è più il collega con cui il ritrovarsi può generare un valore aggiunto o un puro momento di socialità, ma un possibile “untore” da cui allontanarsi. Tali convinzioni spingeranno i lavoratori a rimanere, chissà ancora per quanto, nella loro “gabbia dorata” creatasi durante il lockdown.

Questa attribuzione ci porta al secondo tema che per certi versi si ricollega a quello della paura: l’abitudine. D’altronde, si sa, l’essere umano, in quanto tale, non solo è soggetto all’abitudine ma riesce ad adattarsi anche in fretta. Se all’inizio verso le misure restrittive molti dimostravano insofferenza e necessità di evadere dalla casa per problematiche di vario genere, è bastato poco per far sì che questa situazione si trasformasse in una nuova “comfort zone”. La casa è diventata allo stesso tempo prigione angusta e rifugio sicuro. La comodità è rassicurante ma è rischiosa, tende a farci fare il minimo indispensabile; una volta che si instaura una relazione confortevole con il nostro home office è difficile uscirne e abbandonarlo vorrebbe dire fare fatica, vorrebbe dire avventurarsi fuori dalla rete di sicurezza, vorrebbe dire cambiare.

Il mondo domani: un modello ibrido

Non si può quindi tornare indietro ma è necessario trovare un nuovo equilibrio, un modello ibrido tra lavoro dalla sede e lavoro da remoto. Serviranno sicuramente tolleranza e flessibilità verso i lavoratori che mostrano difficoltà nel rientro in ufficio. Il consiglio per i manager è quello di lasciare la libertà ai dipendenti di esprimere paure, insicurezze o perplessità rispetto al rientro. Inoltre, far emergere l’importanza della condivisione, coinvolgere tutti i lavoratori e chiarirgli obiettivi specifici e finalità generali sono sicuramente i primi passi per riaccendere la miccia della motivazione, e per valorizzare non solo l’incontro ma il contributo singolo portato da ognuno.

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