Il blog di Workitect

Le risorse umane rappresentano il fattore critico del successo di un’organizzazione. Quindi, come far sì che queste performino al meglio delle loro potenzialità?

Contrariamente al pensiero comune, il rendimento delle persone non è solo questione di competenze e capacità individuali, ma è fortemente influenzato da emozioni e sentimenti, che agiscono direttamente su numerosi fattori: motivazione, ispirazione, creatività, concentrazione, processi di apprendimento, e prestazioni. In una parola: risultati.

Leadership e intelligenza emotiva

Un leader capace di comprendere e influenzare i fattori emotivi delle sue risorse ha sicuramente un impatto positivo anche su comportamenti e scelte del suo team.

Non a caso, lo scrittore e psicologo statunitense Daniel Goleman parla di Intelligenza Emotiva, come caratteristica principale di una buona leadership.

Per “Intelligenza Emotiva” si intende la capacità di riconoscere e gestire le proprie emozioni, di riconoscere quelle altrui e interagire con esse in modo costruttivo.

Goleman è stato il primo a introdurre nella comprensione delle relazioni umane e della leadership lo spazio, da sempre negato, delle emozioni, sottolineando come siano rilevanti nell’agire e, di conseguenza, come sia importante saperci avere a che fare.

Alti livelli di intelligenza emotiva aiutano a prendere decisioni ottimali, pienamente consapevoli ed emotivamente intelligenti, in modo da poter puntare alla realizzazione di un obiettivo eccellente coinvolgendo positivamente gli altri tramite una visione condivisa.

Su queste premesse, si comprende facilmente perché l’intelligenza emotiva sia una competenza chiave per i leader, che quotidianamente sono chiamati a prendere decisioni, a influenzare positivamente i propri collaboratori e a praticare capacità di visioning rispetto a processi di innovazione.

Capacità da sempre sottovalutata

Malgrado la sua enorme importanza, l’intelligenza emotiva è stata una scoperta recente nel mondo del business. Come mai questo?

Tre sono stati, secondo me, i fattori maggiormente limitanti:

1. Da sempre le emozioni sono viste come punto di debolezza dell’essere umano, da tenere nascosto o comunque da lasciare fuori dalla porta delle organizzazione. 

2. Fino a poco tempo fa non avevamo conoscenze adeguate sul tema. Solo recentemente le neuroscienze hanno dimostrato la rilevanza delle emozioni e la loro centralità nella vita dell’uomo e quindi delle organizzazioni. Questo è stato reso possibile grazie all’enorme passo in avanti che hanno fatto le ricerche incentrate sui complessi meccanismi neurobiologici che guidano le emozioni, la memoria emotiva e le decisioni.

3. Il limite più grande all’introduzione dell’intelligenza emotiva nei sistemi di management aziendale è l’assenza di strumenti pratici. Infatti, l’intelligenza emotiva è un set di competenze personali, sociali e relazionali che possono essere allenate ma, come in ogni allenamento, sono necessari degli esercizi pratici.

Da qui la necessità di identificare esattamente quali siano le specifiche competenze dietro l’intelligenza emotiva e sviluppare coerentemente dei programmi di training.

L’intelligenza emotiva si può allenare?

Anche se potenziare la propria intelligenza emotiva non è un processo facile o veloce, è comunque possibile; e il modo migliore per farlo è sicuramente praticandola. 

I leader che attuano tale scelta troveranno certamente utili:

1. la formazione: per acquisire maggiore consapevolezza rispetto alle dinamiche che guidano emozioni, pattern comportamentali, decisioni e azioni;

2. il coaching: per l’esplorazione delle abitudini, delle convinzioni, della motivazione, dell’atteggiamento e degli obiettivi personali.

Dall’intelligenza emotiva all’empatia alla comunicazione efficace

In conclusione, a mio avviso, due sono gli elementi di attenzione per diventare un buon leader seguendo questa prospettiva:

  • la capacità di gestire le proprie emozioni anche e soprattutto quando sono conseguenti a un forte stress, rimanendo concentrati sull’obiettivo, senza permettere alle emozioni negative di distrarci;
  • la capacità di sintonizzarsi anche a livello emotivo con i membri del proprio team, facendosi carico delle dinamiche presenti e depotenziando gli aspetti distruttivi.

Il tutto può essere racchiuso in una parola: empatia.

È evidente a questo punto che la comunicazione risulta essere una competenza essenziale per un buon leader, sia a livello quantitativo, sia qualitativo. Per diventare un buon leader del nostro team dovremo comunicare spesso, sia a tutto il team sia ai suoi membri, e dovremo comunicare in modo empatico, evitando dunque l’unidirezionalità ma favorendo invece la partecipazione in un clima di mutua accoglienza e disponibilità.

Le emozioni, così a lungo rinnegate e tagliate fuori dai processi decisionali, vengono ora messe in luce, grazie alle neuroscienze e alla nuova cultura manageriale. Il leader del domani, che prende decisioni efficaci, ottiene performance eccellenti e guida gli altri a esprimere appieno il proprio potenziale è, senza dubbio, un leader emotivamente intelligente.

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