JOB TRIP_#27 Intervista a Matteo Sola

Qual è la tua realtà lavorativa e di cosa ti occupi?

Sono un formatore e appassionato di innovazione HR.

Dico sempre che ho la fortuna di fare il lavoro più bello del mondo: aiutare le persone a crescere e migliorare il loro lavoro. Per dirla con parole diverse, preferisco non essere un talento, ma un abilitatore di talenti. Questo è il senso del mio ruolo in azienda, attualmente come “HR Learning & Development Leader” per iliad Italia.

Ma sono anche un consulente organizzativo per Kopernicana, un formatore in diverse business school e mi diletto a scrivere e curare libri di saggistica HR. Insomma, non mi annoio e amo scoprire sentieri sempre nuovi.

Quali sono stati gli eventi più significativi della tua carriera?

Come per tanti, la mia avventura nelle risorse umane ha avuto avvio con un master, all’epoca presso la Sole24ORE Business School (oggi 24Ore BS).

Quasi da subito, essendo di mio primario interesse, mi sono occupato di formazione manageriale in Newton, poi in ambito digital transformation in Talent Garden, dove ho partecipato alla costruzione del ramo dedicato alla formazione corporate nell’Innovation School e alla creazione del primo storico master in “Digital HR” (sicuramente un passaggio fondamentale del mio percorso). Molta consulenza quindi, ma sempre con il pensiero all’azienda, dove sono arrivato al ruolo di responsabile formazione e sviluppo dopo qualche anno, grazie a Talent Garden prima e TUI Musement dopo, per poi approdare ad iliad.

Parlando degli aspetti più significativi ad oggi, citerei anche l’incontro con Kopernicana, realtà dedicata alla trasformazione organizzativa più coraggiosa e radicale, con cui ho iniziato a collaborare grazie al tema degli OKR e che in seguito non ho più lasciato. Grazie a quell’incontro è nato anche il mio primo libro, “OKR Performance”: primo testo italiano sul tema, scritto a quattro mani con il founder di Kopernicana, Francesco Frugiuele.

La social reputation riveste un’importanza fondamentale nella ricerca del lavoro. Prova a metterti nei panni di un giovane: come riuscire a catturare l’attenzione attraverso il Personal Branding?

Tengo molto a questo tema perché per me è sempre stato fondamentale. Il mio personal branding è parte integrante del percorso professionale che ho costruito e ha contribuito sensibilmente al raggiungimento dell’obiettivo che mi ero prefissato fin dall’inizio.

Avendo intrapreso una strada forse per certi versi atipica (tra boutique di consulenza e mondo delle startup), non era semplice per me arrivare a ricoprire un ruolo di responsabilità HR in contesti più strutturati. Da subito ho cercato di approfondire molto la materia HR e le sue frontiere più innovative, coltivando al contempo un vasto network.

I social sono stati la leva principale di un posizionamento e di relazioni da sviluppare online e offline in seguito, continuamente alimentati da contenuti e contributi di ogni genere.

Nel tempo ho scritto articoli ed interviste, registrato podcast e video, organizzato eventi online, partecipato a conferenze e dirette come conduttore e speaker, facilitato tavole rotonde e via dicendo.

La chiave è sempre stata quella del racconto e della messa a fattor comune per l’ecosistema HR. E’ il consiglio che do sempre: se non lo comunichi, per chi non ti conosce è come se non l’avessi fatto.

Quando scopri qualcosa, condividilo. Quando approfondisci qualcosa, comunica la tua visione e rielaborazione personale. Quando costruisci e realizzi qualcosa, anche di piccolo, racconta la tua esperienza e cosa hai appreso. A volte mi chiedono, “ma non è faticoso? sembra un secondo lavoro”. La risposta è “sì, è faticoso ed è un secondo lavoro, ma ripaga sempre se si ha costanza (sul lungo periodo)”.

Siamo di fronte ad uno scenario in continua trasformazione senza tempo: secondo te, quali sono le opportunità che i giovani devono e possono cogliere da questi continui cambiamenti?

Il bello di questa epoca che per me è di sostanziale crisi dell’HR e conseguente necessità di evolvere questa professione, è che non ci sono più strade scontate e banali da percorrere. Questo significa che si può osare e sfidare le aziende, che si può e si deve sperimentare per costruire il proprio senso del lavoro e il proprio valore aggiunto da portare alla risorse umane.

Sensibilità, background accademici ed esperienze sul campo apparentemente lontane o persino opposte tra loro si stanno ibridando e contaminando tra loro e possono essere utili ad arricchire il contesto professionale delle aziende.

Cogliere questa opportunità di “reinvenzione HR” oggi per me significa lavorare principalmente su tre aspetti: conoscere e sfruttare al meglio le potenzialità del digitale (comprendendo e gestendo i suoi rischi senza rifiuti ideologici), approfondire il lato più umano delle organizzazioni sforzandosi di mettere realmente le persone al centro e comprendere il business sentendosi parte di esso e non semplice stampella.

Te la sentiresti di dare un consiglio ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro?

Se devo dare un consiglio diretto a chi vuole lavorare nell’HR, ma anche in generale a chi inizia a lavorare oggi, mi viene da dire…che il lavoro è una sfida, è un gioco (non sempre popolato da giocatori corretti) che premia sul lungo periodo chi sa giocare con coraggio, costanza e consistenza. Quindi prima studia, poi sperimenta, quindi sbaglia, inciampa ed impara il più possibile. Poi osa di nuovo senza arrenderti. Insistendo, le vittorie e le occasioni di crescita e soddisfazione non mancheranno.

Redazione

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