Lavoro da remoto, tecnologia e occupazione

remote working

Lo smart working ha un effetto sull’occupazione? Secondo un dossier elaborato da Confesercenti dal titolo Cambia il lavoro, cambiano le città” incentrato sugli effetti dello smart working su imprese, famiglie e società – e ripreso da Il Sole 24Ore – uno scenario di lavoro da remoto strutturale avrà un impatto negativo sull’occupazione.

Addirittura, si stima la chiusura di quasi 21mila attività e la perdita di oltre 93mila occupati, in particolare nei pubblici esercizi e nella ricettività. Sembra la vecchia storia della “coperta corta”, se da una parte lo smart working consente risparmi per le aziende, le famiglie e l’ambiente, dall’altra mette a rischio posti di lavoro?

In sostanza, secondo Confesercenti, 4,9 milioni di persone lavorando da remoto spenderebbero di più in tecnologia per operare da casa ma risparmierebbero 9,8 miliardi di euro in servizi e ristorazione.

Questo allarme ricorda molto quello antico sull’automazione dei processi industriali: la tecnologia per lungo tempo è stata avvertita come una minaccia per l’occupazione.

 

Il cambiamento tecnologico.

 

Tuttavia, Aaron Benanav – accademico della Humboldt Universität di Berlino – nel fortunato testo Automation and the Future of Work (2020) ha spiegato che in effetti la tecnologia ha un impatto ma per motivi diversi da quelli temuti sui luoghi di lavoro. Il cambiamento tecnologico ha portato negli ultimi decenni alla deindustrializzazione globale del lavoro e a un aumento della sottoccupazione a causa non di aumenti di produttività eccezionalmente alti, ma di una crescita dell’output decisamente bassa.

Quindi per il risultato opposto di quello atteso. Perché in un’economia a crescita lenta, come quella europea, l’erosione dei posti di lavoro per questo cambiamento è avanzato più rapidamente della creazione di nuovi posti a simili condizioni contrattuali e salariali. 

La discussione sulla disoccupazione tecnologica non è affatto nuova, e il consensus degli economisti è che la tecnologia sia fondamentalmente neutra, cioè non contribuisca particolarmente a creare disoccupazione. Si tenga presente che la crescita dell’output bassa c’è soprattutto in Occidente, e fino ad un certo punto è fisiologica, mentre come sappiamo benissimo in Asia, in particolare in Cina ma non solo, la crescita è andata a rotta di collo.

Ciò che è avvenuto è che le produzioni si sono spostate in quei paesi – a tecnologia più o meno invariata – mentre in Occidente si è creato un grosso divario tra lavori legati alla distribuzione, al turismo e altri servizi a basso valore aggiunto da un lato e le professioni ad alto capitale umano dall’altro, svuotando ciò che stava in mezzo: cioè i lavoratori qualificati e ben retribuiti dell’industria.

 

Ripensare il legame tra occupazione e crescita economica.

Quindi, se invece vogliamo guardare alle cause della vera e propria stagnazione dell’economia italiana (unica tra i paesi sviluppati), consiglio a Confesercenti di guardare a questo recente studio del Fondo Monetario Internazionale che mira più a cause endogene, in particolare alle criticatissime riforme neoliberali del mercato del lavoro: 

<<il part-time riduce le ore lavorate nell’arco di una settimana, mentre i contratti a tempo determinato riducono il numero di settimane lavorate durante l’anno e ne aumentano la volatilità. Troviamo deboli prove del fatto che i contratti a tempo determinato rappresentino un “trampolino di lancio” verso l’occupazione a tempo indeterminato. Infine, offriamo prove suggestive che le riforme del mercato del lavoro hanno contribuito al rallentamento della produttività del lavoro in Italia ritardando l’accumulazione di capitale umano, sotto forma di esperienza generale e specifica dell’impresa>>.

In conclusione – parafrasando Benanav – se è improbabile che soluzioni incentrate sulla tecnologia portino a una prosperità condivisa o a impieghi più soddisfacenti, ciò di cui abbiamo veramente bisogno è ripensare il legame tra occupazione e crescita economica, non alle modalità di svolgimento del lavoro.

 

 

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