L’avvocato giuslavorista: verità a confronto

Sergio Alberto Codella
Sergio Alberto Codella
Avvocato da sempre interessato al diritto del lavoro, della previdenza sociale e sindacale. Da circa vent’anni svolge attività di natura giudiziale e consulenziale in favore di società e manager. É segretario generale della AIDR Associazione Italian Digital Revolution.
Sergio Alberto Codella
Sergio Alberto Codella
Avvocato da sempre interessato al diritto del lavoro, della previdenza sociale e sindacale. Da circa vent’anni svolge attività di natura giudiziale e consulenziale in favore di società e manager. É segretario generale della AIDR Associazione Italian Digital Revolution.

Crollo sulla poltrona di studio piuttosto stanco dopo una mattinata passata per le aule del Tribunale: è stato faticoso, ma in giornate come questa (forse) riesco a trovare un senso a quello che faccio tutti i giorni. 

Sono immodestamente soddisfatto dell’andamento delle udienze, ma soprattutto mi ha sempre incuriosito e (posso dirlo?) entusiasmato l’idea di una verità sempre “relativa” e mai scontata da parte di noi avvocati. 

Giocherellando con un evidenziatore sorrido e mi viene in mente quella famosa frase di Jean Giraudoux secondo cui non esiste miglior modo di esercitare l’immaginazione dello studio della legge, tanto che nessun poeta ha mai interpretato la natura con la libertà con cui l’avvocato riesce a interpretare la verità.

Molti guardano con diffidenza all’idea di poter “interpretare” la verità e, per questo, ambirebbero a sedersi vicino all’irsuto Platone che la identificava con l’idea del bene assoluto, dotata di esistenza oggettiva ed esente da mutamenti. 

Ma forse neanche Platone credeva troppo a quello che diceva e, soprattutto, al fatto che non servisse avere un buon avvocato, ipotesi che mi sembra avvalorata dal fatto che proprio lui è stato l’autore di uno dei primi legal thriller e cioè l’ “Apologia di Socrate”, storia che, sostanzialmente, si può riassumere come un enorme errore giudiziario: infatti Socrate, nonostante le sue mirabili capacità dialettiche, finisce malissimo, stritolato dal sistema che aveva proposto una “verità” che lo vedeva coinvolto in un’attività di corruzione di giovani ateniesi.

La verità di Socrate era un’altra, ma il sistema determinò che emergesse una verità processuale diversa e il filosofo – probabilmente – non fu un avvocato troppo convincente perché nella sua strategia difensiva cercò di conquistare il consenso del popolo piuttosto che il convincimento della giuria (che nel nostro mestiere sono due cose molto diverse). 

Se Socrate avesse scelto come proprio legale Montaigne, l’esito del suo processo sarebbe stato diverso. E sì, perché Montaigne, come ogni avvocato dovrebbe fare, elogia il principio di contraddizione, rinunciando alla pretesa di certezze assolute e indiscutibili, perché la verità stessa è contraddizione.

Da questo punto di vista trovo il mestiere dell’avvocato più complesso di quello del magistrato. I giudici che siedono sullo scranno più alto – sul quale, secondo Fabrizio De Andrè, molti si arrampicano per compensare ataviche insicurezze – hanno il vantaggio di dire (o scrivere) esattamente quello che pensano, con la franchezza di coloro che adottano la teoria della “one right answer” di Ronald Dworkin, secondo cui esiste solo una risposta legale corretta alle domande che si pongono. Quindi, nell’ottica del magistrato, vi sono soltanto due possibilità: dare la risposta corretta oppure commettere un errore giudiziario e, quindi, sbagliare una sentenza. 

L’avvocato, invece, non può adagiarsi su questo assolutismo conoscitivo ed è costretto a fraternizzare a malincuore con Nietzsche secondo cui “non esistono fatti, solo interpretazioni”, ossia visioni diverse, spinte da volontà competitive.

Ma è così: un sistema sinceramente democratico e dialettico prevede che vi sia sempre un avvocato che possa offrire una verità alternativa, perché l’orrore più grande è, per Manzoni come per noi, “non solo a fare atrocemente morir degl’innocenti, ma… a farli morir colpevoli”. 

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