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Lo smart working per risparmiare energia non cancella anni di errori con le fonti fossili

smart working per risparmio energia

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Il sindaco di Milano Beppe Sala è tornato sui suoi passi. Dopo lo sfortunato “è ora di tornare al lavoro” a giugno 2020, dopo il lockdown, adesso dice che si può lavorare da remoto per favorire il razionamento di energia nelle aziende. A quanto scrive Il Foglio in un articolo dell’8 settembre, in città lo “smart working di guerra” sarebbe già al 22%. Benissimo, ma la faccenda è un po’ più complessa e i consumi sono solo un lato della medaglia.

L’altro flip of the coin è che la nostra dipendenza dal gas russo diventa “…the biggest risk now facing the world economy”, per usare le parole del Premio Nobel 2008 per l’economia Paul Krugman, a commento sulle difficoltà di approvvigionamento energetico dell’Europa.

Questo perché il mercato del gas non è globale, lo si trasporta in gasdotti e l’unica alternativa è spedirlo in forma liquefatta con speciali navi e poi nuovamente farlo ritornare allo stato originale ai terminal rigassificatori. Non è uno switch che lo si organizza da un giorno all’altro. In un anno le consegne del gas dalla Russia verso l’Europa sono calate del 75% – ovviamente come ritorsione per le sanzioni seguite all’invasione dell’Ucraina – e questo ha fatto schizzare il prezzo del gas.

Bisogna ricordare che nel 2014, nonostante l’annessione della Crimea, l’Italia – governo Renzi – aveva comunque aumentato l’import di gas dalla Russia: questo è stato il secondo errore.

Il primo errore lo avevamo commesso alcuni anni prima, nel 2011 – governo Berlusconi – quando l’Italia si è fatta cacciare dalla Libia. Prima l’intervento armato della NATO per spodestare il raïs Gheddafi, poi quello della Turchia di Erdogan per imporre il suo ordine nella guerra civile, ha privato il nostro paese di un fornitore storico e messo in difficoltà l’ENI. Ci sarebbe un gasdotto di 520 km che sbocca a Gela e a pieno regime avrebbe una portata di 30miliardi di m3, ovvero quasi la metà dei nostri consumi annuali, ma in nome dell’atlantismo in Libia abbiamo lasciato lì a comandare i “signori della guerra”.

Il terzo errore lo abbiamo commesso nel 2016, quando di fronte alla possibilità di stipulare nuovi contratti di fornitura di energia a lungo termine, abbiamo preferito affidarci di più al mercato libero. Allora i prezzi spot erano sensibilmente più bassi e l’UE ha creduto che così sarebbero rimasti anche in futuro.

O forse viene il sospetto che ci sia stata la volontà di eliminare le “tariffe tutelate”, cosa che diventava più facile se la differenza di prezzo con le tariffe del mercato libero fosse contenuta. Invece, già da settembre del 2021 abbiamo visto che gli aumenti del prezzo del gas sono diventati via via progressivi con la crescente domanda di energia dei paesi asiatici.

Ora, con l’arrivo di mesi più freddi, l’inflazione è inevitabile e una recessione da crisi energetica pende sull’Europa. Ma queste considerazioni macroeconomiche, sono nulla rispetto alle estreme difficoltà di famiglie e imprese derivanti dalle bollette energetiche impazzite. La situazione del prezzo del gas continuerà ad essere estremamente turbolenta per molto tempo, e rimpiazzare l’autocrate russo Putin con altre dittature (Algeria, Mozambico…) per le forniture di energia non è che un altro errore. 

Infatti, benché l’Italia abbia recuperato sul terreno delle rinnovabili, fotovoltaico ed eolico in primis, siamo ancora messi male nell’energy mix.

La burocrazia deve sbloccare progetti per decine di Gigawatt in attesa di autorizzazione, togliere vincoli assurdi che magari risalgono agli anni Sessanta – quando le tecnologie delle fonti rinnovabili non esistevano – perché solo investendo in questo campo possiamo migliorare le nostre esigenze energetiche in modo strutturale. 

Altrimenti incrementare lo smart working per far risparmiare energia alle imprese diventa come “nascondere la polvere sotto il tappeto”.

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