Milano Design Week 2023: vincono gli spazi sostenibili 

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«Il cuore mondiale del design non è in America o in Asia, è qui a Milano»
Philippe Starck

Il design contemporaneo non può più fare a meno di considerare la sostenibilità ambientale, aldilà dell’ambizioso proclama dell’archi-star francese Philippe Starck che alla Milano Design Week 2023 ha dichiarato: «il compito dei designer è mettersi un elmetto in testa e fare la propria parte per salvare il Pianeta».

Geometrie variabili e risparmio energetico.

Come dobbiamo immaginarci gli spazi del futuro dopo l’emergenza pandemica – banco di prova per testare l’efficacia e i vantaggi del remote working – in quest’epoca di crisi climatica?

La Design Week ha fornito interessanti spunti di riflessione nell’ambito della rimodulazione degli uffici in ottica flessibilità e impiego di soluzioni domotiche per il risparmio energetico. 

Chi si occupa di progettare spazi sa bene che oggi è indispensabile capire come si bilanciano “presenza e distanza”, ma soprattutto come si creano luoghi a valore aggiunto. Ovvero, luoghi che offrano esperienze immersive e gratificanti, che attraggano i talenti e favoriscano la collaborazione. E dai materiali ecocompatibili, perché il nostro futuro sarà definito dalla capacità – più la tecnologia – di supportare il continuo cambiamento innescato dalle sfide dell’ambiente, oltre che della società. 

Uno dei più evidenti cambiamenti porterà, per esempio, alla fusione dei concetti di “spazio” e di “luogo”. Il lavoro potrebbe non avere più le coordinate di un tempo, perché ormai svolto digitalmente e a ritmi diversi, con i riferimenti dell’azienda ormai smarriti.

La filosofia del design sostenibile è rintracciabile in molti dei 500 designer ospitati alla Design Week. Di qui la sensazione che in questa edizione abbia vinto lo stile eco-consapevole e minimalista.

Work is dead.

L’edizione 2023 della celebre kermesse milanese arriva a vent’anni dalla pubblicazione del saggio “Work is dead” dell’antropologo Jan Abrams. Un tale proclama perché, all’inizio del nuovo secolo, pionieri progettisti stavano ripensando gli uffici per frammentazione, connettività e un embrionale nomadismo digitale.

Dopo la bolla dell’era internet, superato l’assurdo panico globale del millennium bug, si cominciò a cercare una forma nello spazio per le società del post dot-com, sopravvissute a Wall Street. Nella New York degli Strokes e Interpol, che già nelle loro canzoni mettevano in guardia sulla gentrificazione della Grande Mela, il grido degli anni Duemila sembrò dover essere “everything but office. I designer iniziarono a decostruire il workspace, aumentò la sua componente immateriale e si anticipò il nomadismo digitale e il remote working

Oggi quei layout che esploravano luoghi e forme di un design in trasformazione, come narrato dall’antropologo Jan Abrams – esempio, letti che diventavano postazioni di lavoro – finirono addirittura in mostra al MoMA. Ma la lunga parabola del “ripensamento degli uffici”, partita da quella metropoli sfigurata dagli attentati dell’11 settembre 2001, è arrivata fino ai giorni nostri nell’era del Pianeta da salvare.

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Francesco Sani
Giornalista Pubblicista laureato in Sociologia all'Università di Firenze. È Direttore della rivista Firenze Urban Lifestyle e collabora con altri magazine e blog su temi attinenti Cultura, Ambiente e Società. Scrive e ha scritto per L'Espresso, Il Fatto Quotidiano, Smart Working Magazine e Artribune.
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Giornalista Pubblicista laureato in Sociologia all'Università di Firenze. È Direttore della rivista Firenze Urban Lifestyle e collabora con altri magazine e blog su temi attinenti Cultura, Ambiente e Società. Scrive e ha scritto per L'Espresso, Il Fatto Quotidiano, Smart Working Magazine e Artribune.
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