Perché “ecoansia” è la parola del momento

Francesco Sani
Francesco Sani
Giornalista Pubblicista laureato in Sociologia all'Università di Firenze. È Direttore della rivista Firenze Urban Lifestyle e collabora con altri magazine e blog su temi attinenti Cultura, Ambiente e Società. Scrive e ha scritto per Il Fatto Quotidiano, Smart Working Magazine e Artribune.
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Giornalista Pubblicista laureato in Sociologia all'Università di Firenze. È Direttore della rivista Firenze Urban Lifestyle e collabora con altri magazine e blog su temi attinenti Cultura, Ambiente e Società. Scrive e ha scritto per Il Fatto Quotidiano, Smart Working Magazine e Artribune.

Ecoansia è la parola del momento, soprattutto dopo la dichiarazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, al vertice sul clima dei Paesi europei del Mediterraneo, lo scorso 3 agosto ha rimarcato come non ci sia più tempo da perdere, né per scendere a compromessi per ragioni politiche ed economiche. 

Ebollizione globale.

Una presa di posizione del capo dello Stato che fa il paio con l’affermazione del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, che pochi giorni prima aveva descritto la crisi climatica come uno stato di “ebollizione globale”, riferendo alle altissime temperature registrate nei vari paesi nel mese di luglio.

Il presidente Mattarella ha espresso in più occasioni la sua preoccupazione in merito alla crisi climatica e ai disastrosi eventi meteorologici ad essi collegati per l’aumento delle temperature che rendono più caldi i mari combinati con lo stress idrico. Tra l’altro, per l’Agenzia Europea dell’Ambiente, dal 1999 ad oggi se in Inghilterra e Germania gli eventi estremi sono raddoppiati, in Italia sono triplicati; probabilmente la prova che il Mediterraneo è l’hot spot dei cambiamenti climatici in Europa.

L’Italia è stato indicato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC, 2022) come una delle aree più a rischio per gli effetti combinati derivanti dal clima impazzito. Di eventi estremi nel nostro Paese ne abbiamo già visti molti nel corso del 2023, non solo il nubifragio di Milano nella notte tra il 24 e 25 luglio, infatti ne sono già stati calcolati 432!

L’ecoansia è una paura razionale.

L’ecoansia è una paura razionale per la psicologa Giulia Rocchi che, in un articolo su Domani dello scorso 4 agosto, dal titolo Non c’è nulla di strano nella paura costante per il mondo in rovina, cita la definizione del filosofo australiano Glenn Albrecht che l’ha coniata nel 2011: “la paura cronica della rovina ambientale”.

Nonostante Albrecht non avesse nessuna intenzione di fare riferimento a una condizione psicologica, negli ultimi anni l’ecoansia è diventata di interesse crescente per la comunità scientifica internazionale. Anche perché gli studi hanno provato a dimostrare un impatto della crisi climatica sul benessere psicologico delle persone.

Nel suddetto articolo si cita uno studio internazionale del 2021 – eseguito su un campione di 10mila persone in diversi Paesi del mondo tra cui India, Brasile, Nigeria, Regno Unito, Australia, Filippine e Stati Uniti – coordinato dalla psicoterapeuta Caroline Hickman della University of Bath e pubblicato sulla rivista medica The Lancet. I risultati a cui è giunto il gruppo di ricerca è che a mano a mano la crisi climatica causa un aumento di disastri mortali – e con gli avvertimenti degli scienziati sul peggio che deve ancora arrivare – i giovani in particolare si trovano a fare i conti con una crescente ansia ecologica per il futuro del pianeta e delle loro vite.

Quindi non tanto una patologia psichica, quanto per la Hickman “l’ansia ecologica è un segnale di salute mentale, una risposta decisamente appropriata a quel che sta accadendo”.

Trasformare l’ecoansia in atteggiamenti propositivi per l’ambiente.

Dopo che anche in Italia si è riconosciuto questo “costrutto psicologico” come una preoccupazione razionale e certi che la ricerca scientifica continuerà a studiarla, sorge la domanda, che fare? La stessa Hickman sostiene che “curare l’ansia ecologica solo agendo in modo sostenibile non è sufficiente” se non si affronta il vero problema, ovvero che i governi agiscano in fretta.

Di fronte al rischio dell’apatia che niente possa cambiare diventa sempre più importante la pressione dell’opinione pubblica e non bisogna sottovalutare la forza dei movimenti ecologisti. Quest’ultimi hanno negli ultimi anni portato al voto migliaia di giovani che – scegliendo candidati “verdi” – sono stati decisivi nelle elezioni di molti Paesi cruciali, dagli USA al Brasile, dalla Germania alla Francia.

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