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Perché tornare in ufficio se continuano le videochiamate e le call?

tornare in ufficio

Articolo di Martina Coscetta per Huffington Post

Non tutti sono entusiasti del ritorno alla normalità. Molti dipendenti, in Italia e nel Regno Unito, hanno sollevato dubbi e preoccupazioni per quanto riguarda il graduale ritorno in ufficio visto che, almeno per il momento, non potremo affatto dire addio a videochiamate e call di lavoro a distanza. E in molti si chiedono quale sia il senso di tornare tra le mura dell’ufficio se le attività a distanza rimarranno le stesse. 

La polemica è scoppiata in Gran Bretagna, dopo la revoca delle restrizioni anti Covid decisa dal premier Boris Johnson lo scorso 19 luglio. Robin Stephenson, 48 anni, progettista di software, è uno dei lavoratori richiamati in ufficio. “Non ha senso uscire di casa se finisco per fare videochiamate tutto il giorno – racconta al Guardian – È stato bello tornare, ma solo tre membri del nostro team sono potuti rientrare in sede, quindi abbiamo comunque usato le piattaforme per il lavoro a distanza”. Come lui Andy, 45 anni, che lavora per una società di infrastrutture ferroviarie e da gennaio fa il pendolare. Da quando le restrizioni per il Covid sono state revocate, la maggior parte dei suoi colleghi ha evitato l’ufficio. “Sono uno dei pochi in azienda a cui non piace lavorare da casa. C’è ancora un gran numero di persone che lavorano da remoto, quindi l’ufficio assomiglia a un call center, con tutti impegnati ancora in videochiamate”.

Ma anche in Italia alcuni dipendenti non hanno accolto con entusiasmo il graduale rientro in ufficio. Fabrizio, 37 anni, programmatore per una azienda informatica che ha sede a Roma, spiega che già da qualche settimana alcuni dei suoi colleghi stanno tornando in ufficio, una o due volte alla settimana. “Non ne capisco il senso – dice – perché spendere tempo e soldi per raggiungere l’ufficio, quando le attività che fai sono poi le stesse? Facciamo comunque riunioni da remoto tutti i giorni”.

Sul web il tema è molto discusso. “Ho risparmiato 200 euro al mese di gasolio e due ore al giorno di viaggio. E tra poco dovrò tornare in ufficio. A fare cosa? Le stesse cose che faccio a casa”, scrive un utente in un gruppo Facebook. “Sono contraria al ritorno in ufficio. In smartworking lavoro meglio e risparmio 300 euro al mese. Lavoro con serenità e più motivata anche perché sono meno stanca. Spero tanto che lo impongano a tutti i lavori d’ufficio”, scrive un’altra. 

Secondo le stime dellaFondazione studi dei consulenti del lavoro, a marzo 2020 i lavoratori “agili” in Italia si attestavano intorno agli 8 milioni. Il dato più recente esistente riporta invece che a maggio 2021, a oltre un anno dallo scoppio della pandemia, questo numero è sceso a 5,4 milioni. E adesso, probabilmente, sarà ancora più basso. 

Sul tema abbiamo intervistato l’esperto di smartworking e Ceo di Workitect Luca Brusamolino. “Siamo in un momento di riflessione – spiega – le aziende oggi sono alle prese con questo punto di domanda gigantesco”. “Diamo per scontato che i capi siano i primi a voler tornare in ufficio, ma anche loro sono divisi su questo tema. Trovare un equilibrio tra più necessità, cioè quelle delle imprese, quelle dei gruppi di lavoro e quelle individuali è la nuova sfida delle aziende”. 

“Le lamentele di chi non vuol tornare in ufficio sono comprensibili, anche perché la routine di lavoro 9-18, indipendentemente da quello che si deve fare, è anacronistica. Si è creata una nuova zona di comfort lavorativo, ma la soluzione è trovare un equilibrio tra più necessità, quelle delle aziende, dei dipendenti e individuali”. Secondo l’esperto lo smartworking rimarrà, anche quando il Covid sarà solo un ricordo. “Non si può tornare indietro. Ma quello che ora si sta cercando di fare è trovare un equilibrio. Ci vorranno anni prima che il mondo del lavoro si adatti a questo cambiamento”.

Secondo Brusamolino dipende comunque dal tipo di lavoro che consideriamo. “Se una persona è un freelance, è vero che può lavorare ovunque – afferma – ma se uno fa parte di una organizzazione non si può pensare che fare una videochiamata sia la stessa cosa di incontrarsi. Il senso di comunità non va perso, anzi va rafforzato. La socialità è fondamentale, altrimenti potrei lavorare indipendentemente dall’organizzazione di cui faccio parte. Poi c’è il tema della tipologia dell’attività. Se la mia è individuale è vero che posso fare tutto da remoto, ma se la mia attività presuppone il confronto e lo scambio con gli altri, è difficile”. 

Puntare tutto sul virtuale, dunque, è sbagliato, secondo l’esperto, oltre che controproducente per le aziende. Trovare un modello ibrido, che tenga conto delle necessità di tutti, rimane l’unica soluzione. Per il momento, niente panico: serve tolleranza e flessibilità verso i lavoratori che mostrano difficoltà nel rientro in ufficio. 

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