Più tempo libero con la settimana corta. Ma saremo ugualmente produttivi? 

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La gestione del tempo di lavoro è motivo di discussione già dagli inizi dell’economia moderna come la conosciamo. 

La settimana “standard” di 5 giorni alla settimana con le canoniche 40 ore d’ufficio, ormai non più così canoniche, risale agli inizi XX secolo, quando fu introdotta come parte delle riforme lavoristiche per migliorare le condizioni dei lavoratori.

In passato, la durata della settimana lavorativa variava molto a seconda del paese, dell’epoca storica e della tipologia di lavoro. Ad esempio, durante la Rivoluzione Industriale in Europa nel XIX secolo, molte fabbriche prevedevano orari di lavoro molto lunghi, spesso fino a 16 ore al giorno, 6 giorni alla settimana.

Negli Stati Uniti, la durata della settimana lavorativa fu limitata a 60 ore per legge nel 1869, ma ci vollero ancora molti anni prima che si arrivasse alla settimana di 5 giorni.

La settimana lavorativa di 5 giorni divenne una pratica comune in molti paesi industrializzati solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, come parte delle politiche di benessere sociale, anche se dobbiamo sempre tenere presente che non per tutte le professioni e settori ci si è limitati alle 40 ore, per non parlare delle ore straordinarie di routine spesso non calcolate nel monte ore finale. 

Oggi, come successo in passato, ci troviamo di fronte ad una nuova rivoluzione dei sistemi organizzativi e all’ipotesi di un’ulteriore riduzione delle ore di lavoro. 

Sebbene possa ormai essere ridondante ribadirlo, la pandemia ha innescato diverse reazione a catena, tra cui oggi, un’esigenza di  carattere psico-sociale, di un miglior equilibrio tra lavoro e vita privata nel tentativo di ridurre lo stress lavorativo sempre più presente nella società attuale. 

Ma cosa ne pensano i lavoratori italiani? 

Nel 2021 un sondaggio commissionato da CGIL, ha rilevato che il 63% dei lavoratori italiani sarebbe favorevole ad una settimana lavorativa di 4 giorni con orario completo, mentre il 20% preferirebbe lavorare meno ore a settimana

Anche attraverso il “WorkingMonitor”, una ricerca annuale condotta da Randstad, emergono dati comparabili. Nello studio del 2021, è stato rilevato che il 61% dei lavoratori italiani sarebbe disposto a lavorare a tempo parziale per poter avere una migliore qualità della vita, mentre il 62% preferirebbe avere maggiore flessibilità nell’organizzazione del proprio lavoro.

Il tema è che le persone vorrebbero avere a disposizione  più tempo per la propria vita privata.

Ma come influirebbe tutto questo sulla produttività? 

Alcuni studi ci dimostrano che è possibile far funzionare il modello e migliorare la produttività.

Tra il 2015 e il 2019 in Islanda è stata applicata un’ampia sperimentazione della settimana lavorativa di 4 giorni in diverse aziende pubbliche e private, coinvolgendo circa il 2.500 lavoratori. Secondo i risultati preliminari dell’indagine condotta dal governo islandese, la sperimentazione ha portato a un aumento della soddisfazione dei lavoratori e a un miglioramento dell’equilibrio tra lavoro e vita privata, senza ridurre la produttività. Inoltre, i dati mostrano che in alcuni casi l’introduzione della settimana lavorativa di 4 giorni ha portato anche a una riduzione del burnout dei lavoratori.

In Nuova Zelanda nel 2018, la società fiduciaria Perpetual Guardian ha condotto una sperimentazione della settimana lavorativa di 4 giorni tra i suoi 240 dipendenti. Secondo i risultati della sperimentazione, la produttività dei dipendenti è aumentata del 20% e i livelli di stress sono diminuiti del 7%.

Alcune aziende giapponesi, tra cui la compagnia di assicurazioni Sompo Japan Nipponkoa Holdings e la società di tecnologia Microsoft, hanno introdotto la settimana lavorativa di 4 giorni o la riduzione dell’orario di lavoro senza ridurre la paga dei dipendenti. Secondo i dati, la sperimentazione ha portato a un aumento della produttività e a una riduzione del turnover dei dipendenti.

Questi sono solo alcuni esempi in cui l’utilizzo della settimana corta ha portato a risultati soddisfacenti da ambe le parti, produttività e benessere. Tuttavia, non possiamo pensare che lo stesso modello sia efficace per qualsiasi organizzazione, mercato o contesto specifico.

L’unica cosa che possiamo affermare è che queste società sono riuscite a ridurre il tempo di lavoro e aumentare la produttività, restando quindi competitive.

Il punto ora è capire come farlo e se tutti possono farlo.

Al momento non abbiamo ancora dati a sufficienza per determinare se le prime sperimentazioni adottate in Italia stiano funzionando. 

Intesa San Paolo per esempio ad oggi sta facendo un tentativo con un modello di settimana corta di 4 giorni ma con 9 ore lavorative al giorno, sempre a parità di retribuzione. 

È chiaro che non si tratta di un cambiamento semplice e prima di vederne i veri risultati dovremmo aspettare altro tempo. Come lo è stato e lo è tutt’ora per lo Smart Working, anche questo modello richiede analisi, confronti e apertura al cambiamento da parte di tutti. 

Il rischio che si corre è di trasformare un’opportunità concreta in un mero strumento di marketing per dare visibilità alle organizzazioni, seguendo la tendenza che è andata per la maggiore in questi anni, come per il greenwashing per le tematiche ambientali o per le eccessive forme di employer branding improntate solo su beni estrinseci. 

Per tutti questi motivi abbiamo pensato di organizzare un WEBINAR per discutere concretamente sul tema della settimana corta, evidenziandone i punti di forza, ma anche le criticità a cui dovremo prestare attenzione. 

Giovedì 30 marzo si terrà quindi il WEBINAR “Settimana corta in Italia: opportunità o grande bluff?”

Evento online a cui parteciperanno diversi esperti nel settore, tra cui: 

  • Cristina Tajani – Docente presso il Politecnico di Milano.  Già Presidente di ANPAL servizi spa, società in house al Ministero del Lavoro e ANPAL.
  • Marco Leonardi – Professore di economia già capo dipartimento per la programmazione economica alla Presidenza del Consiglio.
  • Luca Solari – Founder di OrgTech & Professore ordinario Università Statale di Milano.
  • Avv. Sergio Alberto Codella – Partner di Studio Orsingher Ortu Avvocati Associati. Esperto di diritto del lavoro, della previdenza sociale e sindacale.
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Si tratta di una direttiva promossa dall’azienda che regola il modo in cui le persone devono lasciare la postazione di lavoro una volta concluse le attività e come devono gestire i documenti, i file e, in generale, i dati sensibili.