Il blog di Workitect

Riforma del lavoro: il libretto di istruzioni de “Il Gattopardo”

Poco più di 50 anni fa, è stato edito da Feltrinelli “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, testo che riesce a descrivere vizi e virtù dell’Italia – o meglio degli italiani – come pochi altri. 

Ci sono molte similitudini tra l’epoca de “Il Gattopardo” e i giorni nostri.

Sia nel testo di Tomasi di Lampedusa che negli editoriali di questi giorni si parla di “crisi”, ma in pochi ricordano che questo termine deriva dal greco “krino” che significa appunto “separazione”. 

Crisi come “separazione” tra un vecchio e un nuovo, tra un prima e un dopo, e, quindi, crisi come elemento che contraddistingue periodi di travaglio e di mutamenti. Esattamente il nostro tempo.

All’epoca de Il Gattopardo – la Sicilia della seconda metà dell’800 – la crisi era determinata dal tramonto del mondo borbonico e della vecchia aristocrazia, in favore di Garibaldi, dell’Italia unita e di un nuovo ceto dominante, la borghesia. 

Oggi, forse, gli elementi di transizione (e novità) sono altrettanto importanti nel mondo del lavoro: la fine dell’era “analogica” e della “presenza fisica”, dell’ufficio inteso come un posto per richiudersi e nascondersi dietro una (propria) scrivania, di regole legate a rigidi schemi fordisti, in favore di un mondo digitale, di una dematerializzazione – e forse spersonalizzazione – dei luoghi di lavoro, di regole sul rapporto di lavoro più elastiche e responsabilizzanti (con tutti i dubbi e le opportunità che ne derivano).

Il Libro di Tomasi di Lampedusa ci aiuta anche a capire gli atteggiamenti da adottare innanzi a queste sfide (nuove modalità, luoghi e regole per lavorare).

Lungi da valutazioni e (pre)giudizi, appare doveroso ricordare che mentre il principe Fabrizio Salina è apertamente scettico e disprezza neanche troppo celatamente il “nuovo” che avanza (e, cioè, l’arrivo delle truppe di Garibaldi e di ciò che rappresenta), il “giovane” Tancredi Falconeri (nipote prediletto del principe) tanto dinamico quanto cinico, arriva ad arruolarsi come volontario tra le fila dell’esercito sabaudo.

I due personaggi, appartenenti alla stessa famiglia (o forse partito…), possono essere efficacemente rappresentati nel dialogo in cui Don Fabrizio, intellettuale colto e studioso di astrologia, prega il nipote di desistere al coatto cambiamento, ma Tancredi risponde che deve cambiare “per forza”, rendendo quindi l’adesione incondizionata al “nuovo” come elemento necessario e imprescindibile. 

E si perché anche nel mondo HR appare inutile (e controproducente) continuare a pensare o credere che tutto sia come prima e manager, consulenti ed esperti dovranno necessariamente avere, in futuro, un approccio diverso dal mondo “pre” Covid.

Sia chiaro, io ho sempre “tifato” per l’intellettuale e donchisciottesco principe Salina (che morirà povero e dimenticato), ma è innegabile che la “ragione” la ha avuta – e la avrebbe anche oggi – l’interessato Tancredi in quanto la “crisi” del mondo del lavoro alla luce della pandemia in corso (che è stata rivoluzionaria tanto quanto una guerra di conquista) non può essere vista come una “scelta”, ma al più subita come un necessario “cambiamento”.

Nel mondo del lavoro, non si tratta, oggi, di poter scegliere oppure di ancorarsi a vecchie ideologie: che ci piaccia o meno dobbiamo fare i conti con una nuova e imprescindibile realtà, cercando di fare in modo di limitare i danni ed anzi di cogliere tutte le opportunità che si possono venire a determinare.

Con le ingenti somme che arriveranno dall’Europa dovremmo essere capaci non tanto di superare la crisi, ma di offrire una nuova “infrastruttura” al mondo del lavoro per renderci competitivi e per puntellare i futuri decenni.

Non solo, quindi, la necessaria riforma degli ammortizzatori sociali (a mio avviso sarebbe già un ottimo risultato arrivare ad una semplificazione) con loro cospicuo rifinanziamento, ma soprattutto nuove politiche attive del lavoro e, non mi stancherò mai di ripeterlo, abbattimento del cuneo fiscale.

Per “proteggere” l’occupazione ed anzi per incrementarla, non si deve, a mio avviso, agire (come è stato fatto in passato) sulle tutele in “uscita” (non ho mai visto alcun imprenditore o società dire di non assumere per paura di licenziare) ma sulle facilitazioni “in entrata”: sgravi contributivi, percorsi formativi a carico dello Stato, semplificazioni burocratiche.

Inoltre, è opportuno agire sulle “regole” del mondo del lavoro. Sarebbe oggi il caso di mettere di nuovo le mani sulla disciplina del rapporto di lavoro a termine e sulla somministrazione di manodopera al fine di facilitarne l’utilizzo.

Una delle frasi più celebri de “Il Gattopardo” è “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” (che poi molto spesso si trova inspiegabilmente storpiata in “tutto deve cambiare perché tutto resti come prima”). Questa frase la pronuncia ovviamente l’antipatico (ma intelligentemente sprezzante) Tancredi.

Seppur questa breve espressione è riuscita a rappresentare magistralmente – quasi a dipingere – il trasformismo politico e, appunto, l’abitudine gattopardesca della classe politica nei momenti di cambiamento, credo che questo non debba necessariamente e solamente essere visto come un vizio, ma anche come una virtù degli italiani di essere capaci ad adattarsi per conservare i propri privilegi (si perché nonostante questa sia una parola poco di moda, non bisogna essere ipocriti ad ammettere che ciascuno di noi difende i legittimamente i propri privilegi che spesso sono anche interessi o addirittura diritti).

Seppur l’accezione della frase di Tancredi è sempre stata negativa, voglio, offrirne una diversa lettura.

In questo momento di difficoltà cerchiamo di impiegare il nostro naturale e “italico” senso di adattamento per trarne il miglior profitto (anche questa è una parola poco di moda, ma non vi è niente di male a cercare di trarre legittimamente profitto dalle situazioni). 

Nonostante la congiuntura disastrosa a livello economico, sono a disposizione degli importanti strumenti finanziari che potrebbero avere un effetto simile al new deal del secondo dopoguerra. Dobbiamo essere capaci di gestirli con operazioni di ristrutturazioni del mondo del lavoro che permettano alle aziende di investire sulle nuove competenze digitali (finanziamenti in formazione e ricerca), su una ridefinizione dei processi produttivi (finanziamenti per le ristrutturazioni) e sulla gestione della crisi (finanziamenti per gli esuberi).

Impariamo dall’irritante Tancredi, talmente e “naturalmente” trasformista che si innamora – o forse arriva ad innamorarsi (inconsapevolmente?) – , di Angelica, bellissima figlia di Don Calogero Sedara, arricchito sindaco di Donnafugata che è tra i primi a vestire orgogliosamente la fascia tricolore. Quella che fino a poco tempo prima sembrava un’unione (o forse coalizione…) del tutto improbabile (tra un aristocratico e una donna proveniente dal basso), sembra poi essere la più naturale, ma anche la più sinceramente utile.

A prescindere da fin troppo facili parallelismi politici del mondo di oggi, impariamo questa “lezione” e cerchiamo di scrollarci di dosso vecchie e superate regole, rendendoci conto che il futuro passerà per la necessità di garantire processi di mutamento delle competenze sempre più rapidi ed estremi e che bisogna chiedere alla “politica” misure che possano permettere e sostenere tali cambiamenti (finanziamenti per la formazione del personale).

L’insopportabile Tancredi non finisce di insegnarci qualcosa quando affronta anche la relazione sentimentale con Angelica. L’alchimia (o forse l’ accordo programmatico…) tra Angelica e Tancredi è piuttosto ambigua in quanto, seppur è segnata da una forte passione, trova geometricamente e reciprocamente la propria “utilità” nella ricchezza dei Sedara e nel “cognome” altolocato (ma ormai decaduto) dei Salina, rendendo soddisfatti entrambi i coniugi (o forse capipartito…). Questa nuova coppia (o forse coalizione…) risulta vincente in quanto Angelica e Tancredi sono giovani, esponenti di una società in cui passione e calcolo si sposano alla perfezione e a farne le spese è Concetta, figlia di Don Fabrizio ed innamorata di Tancredi (che rappresenta l’inutile e superato ancien régime che forse ha la sola colpa di essere appunto ancien).

Cerchiamo di chiedere poche ma chiare “cose” (nel senso più pratico del termine) alla politica, levandoci di dosso ingombranti e superati principi (a cui magari rimarremmo “intimamente” legati), perché l’errore in cui potremmo incappare è quello cui ci ammonisce Tomasi di Lampedusa secondo cui “I siciliani (gli italiani, n.d.r.) non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria”.

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