Il blog di Workitect

Fa bene alle persone e ai territori, ma gli Enti Locali si facciano trovare pronti.

Dalla Valtellina a Palermo, dalla Toscana alla Puglia, favorito dalla pandemia da Covid-19 un fenomeno sembra affermarsi come conseguenza della maggiore diffusione della banda larga: lasciare la città e lavorare da remoto in montagna o al mare. Oltre al Wi-Fi, serve ovviamente un impiego che consenta di operare anche senza necessità di presenza.

In Toscana, interessante il caso di Santa Fiora, comunità di 2.600 abitanti sull’Amiata, già nella lista dei “Borghi più belli d’Italia”. Grazie al recente arrivo della banda ultralarga, il Comune ha lanciato il progetto “Santa Fiora smart village”. Rivolto ai lavoratori d’Italia, attraverso un bando con una dotazione finanziaria complessiva di 30 mila euro, copre il 50% dell’affitto a chi desidera vivere per un periodo nel territorio grossetano, lavorando da remoto (scade il 31 dicembre).

D’altra parte, dall’inizio dell’emergenza sanitaria, dalla Lombardia sono scesi in Toscana (ripopolando le seconde case fuori stagione) centinaia di “colletti bianchi” in remote working. Anche troppi, a giudicare dalle preoccupazioni esternate dal Presidente della Regione sul rischio che tutte queste persone potessero gravare sul sistema sanitario toscano.

In Puglia, a Brindisi, in estate era stato invece realizzato un contest per un esperimento di lavoro di dieci giorni su una barca a vela. Questa era l’idea presentata dal progetto “Sea Working. Vinci un ufficio sul mare”, con lo scopo di candidare la città come destinazione per il lavoro agile. L’obiettivo dichiarato è avviare un percorso di rilancio dei territori più fragili del Sud che hanno subito la fuga dei “cervelli”. Infatti, durante la primavera si è parlato molto di south working per indicare tutti gli italiani rientrati dal Nord o dall’estero nelle loro regioni meridionali d’origine, da lì lavoravano in remoto durante il lockdown.

La tecnologia ha reso possibile questo nomadismo e lo smart working potrebbe essere lo strumento per conquistare nuovi cittadini e ripopolare borghi afflitti dallo spopolamento nel corso del tempo. <<L’esperienza del Covid-19  – ha spiegato il sindaco di Santa Fiora, Federico Balocchi – ci ha costretto a rivedere l’organizzazione del lavoro sperimentando su larga scala lo smart working. Alcune strutture turistiche d’Italia hanno colto questa opportunità con un’offerta su misura per il lavoratore che cerca un ambiente rilassante, al mare o in montagna. Nel caso di Santa Fiora è un intero comune che si propone come smart working village: crediamo, infatti, che il lavoro da remoto, non sia solo una soluzione temporanea per affrontare l’emergenza, ma possa rappresentare il futuro>>.

Ovviamente un fenomeno del genere non si governa da solo, per questo è nata l’associazione di promozione sociale South Working – Lavorare dal Sud, composta da “expats” che sono rientrati in Italia. Lo scopo è tessere quelle relazioni istituzionali per stimolare gli enti locali a riflettere sulle infrastrutture che mancano. Non solo quelle che servono per lavorare a distanza, ma quelle che consentono di scegliere di vivere in un luogo. Sono tre le condizioni essenziali perché un territorio soddisfi i requisiti: presenza di una connessione internet possibilmente a banda larga, un collegamento efficace con un aeroporto e un tessuto di spazi di lavoro che non siano l’abitazione. La riflessione sul South Working è nata proprio dal disagio di lavorare in un ambiente domestico non attrezzato – come ha spiegato la presidente Elena Militello – e la presenza del coworking, è essenziale anche come presidio di comunità.

Sarebbe curioso se un secolo dopo, paesi abbandonati a causa della mancanza di lavoro, tornassero a ripopolarsi proprio grazie ad una nuova organizzazione del lavoro. Ma in fondo è quello che i fautori dello smart working sostengono: tra i benefici e le sfide a lungo termine c’è anche il decentramento territoriale.

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