Il blog di Workitect

Smart working nel post Covid sarà una scelta

Articolo di Cinzia Cinque per TUSTYLE.

Poco più di un anno fa quella di lavorare da casa anziché in ufficio era considerata un’idea bella sì, ma declinabile solo nel periodo ipotetico di terzo tipo, quello dell’irrealtà, che coniuga al congiuntivo imperfetto i sogni. Un po’ come quando si dice: se vincessi la lotteria…

Poi il 23 febbraio 2020, con l’approvazione del decreto legge che, causa rischio contagio, rendeva automatico il ricorso allo smart working, dando la possibilità a molte aziende e attività di restare aperte, per 8 milioni circa di lavoratori (secondo i dati del Politecnico di Milano) quell’idea è diventata realtà.

Nel corso del lungo e faticoso anno appena trascorso, c’è chi ne ha apprezzato i benefici: niente più mezzi pubblici e la possibilità di sorseggiare il caffè alla propria scrivania. Ma c’è anche chi ne ha deplorato quegli stessi vantaggi, considerati poca cosa rispetto alle tante difficoltà che l’abbattimento dei confini tra lo spazio della vita privata e quello dell’attività professionale comporta. Insomma: nel giro di poco anche i più entusiasti un po’ si sono ricreduti.

Esperienze come il pigiama h24 e le videocall a mazzi hanno fatto vacillare la fede anche dei più fervidi sostenitori del casa-e-bottega. Ora che tu sia tra gli apocalittici o gli integrati, la prima cosa da sapere è che, passata la tempesta pandemica, questa modalità dovrà essere regolamentata da un accordo individuale con il tuo datore di lavoro.

Attualmente il termine dello smart working d’emergenza è fissato al 31 gennaio (decreto n. 125/2020 del 7/10). Comincerà allora contrattazione. Per questo abbiamo rivolto alcune domande a Simone Cagliano, esperto della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro e a Luca Brusamolino, Ceo di workitect, società di consulenza.

Smart working e home working: quali sono le differenze?

Il termine smart working è la traduzione di “lavoro agile” ed è una modalità del rapporto di lavoro subordinato regolata dalla Legge 22 maggio 2017, n. 81 (artt. 18-23).

In pratica, ti permette di lavorare in parte all’interno dei locali aziendali e in parte all’esterno, senza una postazione fissa predeterminata. Hai una casa al mare? Puoi lavorare lì nei giorni in cui sei in smart working, a patto di garantire di avere tutti gli strumenti. Home working è la mera traduzione di “lavoro da casa”: rientra nelle misure adottate dal Governo per contenere e gestire l’emergenza epidemiologica da Covid-19. Come saprai, questa modalità, pur facendo riferimento alla Legge n. 81/2017, è stata fino a oggi applicata anche in assenza di accordi individuali.

Cos’è invece il telelavoro?

È una forma di organizzazione e/o di svolgimento del lavoro (Accordo- quadro europeo del 16 luglio 2002) che si avvale delle tecnologie dell’informazione: ti consente di lavorare al di fuori dei locali dell’impresa, in un luogo che costituisce una vera e propria postazione di lavoro.

Quindi è sempre necessario un contratto scritto tra datore di lavoro e lavoratore?

Sì, per lo smart working l’accordo va sempre stipulato per iscritto: in pratica, il datore di lavoro non può imporlo senza il consenso del dipendente. Dal 1° febbraio 2021, l’accordo dovrà essere concordato da entrambe le parti.

L’accordo può essere revocato?

Può essere a termine o a tempo indeterminato. In quest’ultimo caso il datore di lavoro può recedere con un preavviso di minimo trenta giorni. Sia il datore di lavoro sia il lavoratore possono, se c’è un motivo valido, recedere anche prima della scadenza del termine nel caso di accordo a tempo determinato o senza preavviso se indeterminato.

Cosa succede se ci si fa male mentre si è a casa a lavorare?

Se hai un accordo di smart working sei comunque una lavoratrice dipendente, ciò significa che il datore di lavoro è obbligato alla tutela assicurativa contro gli infortuni. In pratica, a lui spetta il compito di garantire la tua salute e la tua sicurezza. Da parte tua, devi cooperare per evitare i rischi quando lavori da casa.

Parliamo della postazione: si ha diritto a una sedia comoda?

Dipende dall’accordo. In pratica, occorre appunto valutare con il datore di lavoro di cosa si ha bisogno, prima di firmare il contratto di lavoro agile. I contenuti dell’accordo possono anche riguardare la sedia ergonomica e stabilire che venga fornita dal datore di lavoro.

Sì, ma lavorare da casa implica l’uso di un computer e del materiale di cancelleria.

Tutto, anche gli strumenti da utilizzare, va stabilito nell’accordo, che disciplina la prestazione nel momento in cui viene svolta all’esterno dei locali aziendali. In ogni caso, per legge il datore di lavoro è responsabile del buon funzionamento degli strumenti tecnologici che vengono assegnati per svolgere il lavoro.

Un tema caldo sono gli orari: come e chi li stabilisce?

Il lavoro agile va svolto come in presenza. In pratica, si lavora lo stesso numero di ore, secondo quanto stabilito dal contratto collettivo di riferimento, ma in base all’accordo si può concordare la distribuzione delle ore di lavoro, fermo restando una fascia oraria di reperibilità giornaliera.

Quindi una fascia obbligatoria?

No, è solo consigliabile individuare una fascia oraria di reperibilità minima all’interno dell’accordo, così come si potranno stabilire gli orari per le pause. Senza dimenticare però il diritto alla disconnessione: non si è tenuti a essere connessi oltre il proprio orario di lavoro.

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