Workforce e Smart Working. Appunti sulla fine del lavoro come lo avevamo sempre inteso

Partiamo da un assunto solenne: “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Così il primo articolo della nostra Costituzione, ma quale tipo di lavoro e quanto ancora incide sulla formazione del PIL?

Quello inteso come occupazione salariale, la workforce, ha perso progressivamente di valore rispetto al capitale dalla metà del Novecento. Dal 2000, poi, il confronto è spietato, in Italia come in ogni paese ad economia avanzata. In termini monetari questo significa un arretramento enorme nella distribuzione del reddito.

Sempre più precario e sempre meno concorrente alla ricchezza nazionale, “il lavoro” ha ormai un significato diverso per chi è nato a partire dagli anni ’80 rispetto alla generazione dei padri costituenti. 

La grande crisi, scatenata con la fine della bolla speculativa della finanza nel 2008, attaccando l’economia reale, ha avuto come nefasta conseguenza proprio la riduzione dell’occupazione. Di contro, il capitale ha aumentato la sua rendita in maniera impensabile fino a non molto tempo fa, spinto da nuove forme di creazione di valore.

È la new economy, quella di Amazon ad esempio, che guadagna sulla movimentazione delle merci e non sulla loro produzione. La workforce è solo un’appendice nell’impero di Jeff Bezos.

Nel 1995 il saggio di Jeremy Rifkin The End of Work divenne un best seller internazionale. Prevedeva il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato.

Stiamo vivendo un momento di cambiamento molto importante, molto più di quello che pensiamo. L’ingresso nella Quarta Rivoluzione Industriale ne è soltanto un esempio, ma “il sistema”, inteso come quello capitalistico, rimarrà per molti anni ancora a venire, organizzato com’è sulla “crescita” perpetua e dipendendo da essa.

Forse però è corretto parlare di post-capitalismo, perché oggi la ricchezza è creata in maniera immateriale dalla circolazione delle informazioni e dalla capacità di elaborare dati finanziari ad una velocità impensabile fino a venticinque anni fa.

La realtà non è andata oltre la profezia da “mondo analogico” di Rifkin, nel senso che il lavoro non è finito – e anche quando sono le macchine a fare mansione svolte in passato dagli uomini comunque necessitiamo di operai specializzati a guidarle da remoto – semplicemente è diventato più digitale in ogni mansione. Anche il rider che consegna la pizza dipende da un algoritmo digitale.

E così il grande protagonista del 2020, lo smart working, è un frutto della rivoluzione digitale del lavoro. A causa della pandemia Covid19-SARS2, abbiamo avuto 6 milioni di lavoratori italiani che hanno operato in smart working e ci sono state aziende che hanno continuato la loro attività lavorando esclusivamente in remoto.

Non solo, lo scorso anno a Torino abbiamo avuto addirittura il primo sciopero dello smart working: trattativa e rottura on line alla Scai Finance, dopo incontri azienda-sindacati in videoconferenza, con conseguente mancato accordo sulla cassa integrazione. Un’assemblea con i lavoratori ancora attraverso il filtro degli strumenti informatici e poi conseguente decisione di dichiarare quattro ore di sciopero per tutti i 160 dipendenti in modalità di lavoro agile.

Un problema anche per il sindacato, come fa a svolgere il suo ruolo se i lavoratori si atomizzano, nascerà il cyber-union?! C’è ancora necessità di vedersi?

Sì, la comunicazione non verbale è fondamentale per capirsi – come mi ha fatto notare il prof. Giovanni Scansani, docente all’Università Cattolica di Milano, in una mia recente intervista – perché le aziende sono fatte di relazioni prima ancora che di connessioni informatiche.

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