Unità sindacale. Riflessioni davanti a un’insalata nizzarda.

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Avverto i morsi della fame e, senza troppe remore, smetto di lavorare e mi dirigo verso il solito bar dove, insieme a qualche mio collega, siamo soliti regalarci una mezz’oretta di pausa.

Ho la fortuna di lavorare nel cuore di Roma e di poterne ammirare quotidianamente le bellezze, ma – come in tutte le cose della vita – qualche inconveniente c’è.

Come molti già sapranno, Piazza Santi Apostoli è situata in una pregevole zona di Roma, che di fatto è preposta a un’unica funzione, quella di ospitare manifestazioni e scioperi. Per imperscrutabili ragioni, però, vi vengono organizzati, a mio avviso, solo scioperi e manifestazioni destinati a sicuro… insuccesso.

E sì, perché se a Roma le manifestazioni o gli scioperi sono organizzati altrove (a Piazza del Popolo, per esempio), la protesta avrà probabile seguito; se il punto di ritrovo invece è Piazza Santi Apostoli,  non c’è niente da fare: stai pur certo che andrà male. 

Mangiando la mia insipida insalata “nizzarda” (ordinata anche dal mio amico Emanuele, che continua a chiamarla banalmente “con tonno, uova ecc., ma senza mais”), assisto incuriosito allo sciopero di oggi, indetto da un sindacato sconosciuto con una sigla bizzarra (gli acronimi dei sindacati mi hanno sempre sorpreso sia per la loro fantasia, sia per la loro impronunciabilità), domandandomi se sia il luogo (sfortunato) della manifestazione a determinarne l’insuccesso oppure se vi sia una sorta di algoritmo infallibile che ex ante preveda l’evento sfortunato e che, come tale, lo releghi a quella determinata piazza.

Ad ogni modo, mi rendo conto che – anche questa volta – il tutto si risolve con un’adesione che potremmo generosamente definire simbolica, con un numero di aderenti di gran lunga inferiore a quello delle forze dell’ordine presenti (impegnate soprattutto a dare indicazioni ai turisti, essendo i manifestanti oltremodo pacifici).

Vedendo più o meno quotidianamente scene analoghe, mi chiedo quanto queste manifestazioni organizzate da singole sigle possano essere utili e mi domando quanto queste proteste possano determinare il raggiungimento degli obiettivi che si propongono (che spesso mi sembrano più che condivisibili).

Se c’è una cosa che ho imparato nel diritto sindacale – e che spesso ho dovuto professionalmente subire – è che l’unità sindacale è ciò che rende le azioni di legittima protesta davvero efficaci.

Quando da cittadino e soprattutto da (rispettoso) “rivale” al tavolo, noto una disarmonia tra i sindacati o addirittura una loro frattura, appare evidente che nessuno di loro arriverà quasi mai al risultato auspicato.  

E se c’è una cosa nelle dinamiche sindacali che non riesco a comprendere fino in fondo è come questo elemento che, almeno a me, appare tanto evidente, non lo sia per i sindacati stessi.

Nella storia sindacale italiana sono stati molteplici i tentativi di creare, soprattutto, da parte dei cd. sindacati maggiormente rappresentativi (CGIL, CISL, UIL) un’azione unitaria. A partire dal Patto federativo del 1972 si era provato a gestire con questo spirito l’attività sindacale, ma ben presto, negli anni ‘80, tale unità fu già messa in crisi con il rifiuto della CGIL dell’Accordo per il blocco dell’indennità di contingenza (peraltro poi normativamente disposto), frattura confermata con l’Accordo di San Valentino del 1984 (relativo a un ulteriore taglio della scala mobile) che non solo coinvolse diversi sindacati, ma che ebbe un riflesso negativo anche al loro interno.

Dopo un periodo di forte riavvicinamento (che a mio avviso ha trovato il suo apice nel Protocollo del luglio 1993, pietra miliare della concertazione sociale), a partire dal 2000 l’unità sindacale è stata quasi sempre messa in crisi dall’avvento di Governi di centro destra (e, al riguardo, ricordo che uno dei momenti peggiori fu il rifiuto della CGIL, nel 2002, di sottoscrivere il Patto per l’Italia, con la difesa delle tutele previste dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori).

Finendo di mangiare la mia insalata, posso dire di essermi convinto di almeno due cose: la prima è che se in un momento difficile come questo le organizzazioni sindacali vogliono continuare a essere protagoniste della vita del Paese (come peraltro previsto dalla nostra Carta Costituzionale), non possono fare altro che ricompattarsi cercando perlomeno alcuni minimi comuni denominatori; la seconda è che semmai nella mia vita dovessi organizzare una manifestazione di protesta, eviterò accuratamente di convocarla in Piazza Santi Apostoli, perché essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male.   

Sergio Alberto Codella
Sergio Alberto Codella
Avvocato da sempre interessato al diritto del lavoro, della previdenza sociale e sindacale. Da circa vent’anni svolge attività di natura giudiziale e consulenziale in favore di società e manager. É segretario generale della AIDR Associazione Italian Digital Revolution.
Sergio Alberto Codella
Sergio Alberto Codella
Avvocato da sempre interessato al diritto del lavoro, della previdenza sociale e sindacale. Da circa vent’anni svolge attività di natura giudiziale e consulenziale in favore di società e manager. É segretario generale della AIDR Associazione Italian Digital Revolution.
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