I 4 cavalieri dell’apocalisse di ogni lavoratore – La mancanza di assertività

Indice dei contenuti

Dopo aver parlato del nemico numero uno, lo stress, passiamo al secondo Cavaliere, la mancanza di assertività. Come affermano Marini e Torrisi, nel libro Happy Worker, senza quest’ultima infatti sarà difficile per qualsiasi lavoratore poter esprimersi al meglio nelle relazioni professionali. 

Avere ridotta assertività vuol dire essere poco autorevoli, non molto persuasivi, scarsamente comunicativi, e addirittura, in alcuni casi, un po’ antipatici o, al contrario, remissivi e manipolabili.

Cosa significa davvero essere assertivi

Partiamo dall’etimologia della parola “assertività”. Il termine deriva dal latino e significa “asserire” (“asserere”). Rappresenta una caratteristica del comportamento umano che consiste nella capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni, senza offendere né aggredire l’interlocutore. 

Secondo gli psicologi statunitensi Alberti ed Emmons, l’asservità è “un comportamento che permette a una persona di agire nel suo pieno interesse, di difendere il suo punto di vista senza ansia esagerata, di esprimere con sincerità e disinvoltura i propri sentimenti e di difendere i suoi diritti senza ignorare quelli altrui”.

Erroneamente l’assertività viene accomunata spesso all’essere aggressivi, quando in realtà si parla di due concetti molto diversi, quasi opposti. Sarà infatti molto difficile sorprendere un assertivo che perde il controllo, anche in confronti serrati che richiedono fermezza e stabilità emotiva. 

Dunque, l’assertivo è capace di agire per ottenere ciò che desidera e ritiene opportuno per se stesso, rispettando i diritti altrui. Con una dose di sano egoismo tiene conto delle sue esigenze senza negare i bisogni altrui nè considerarli più importanti dei propri.

La persona assertiva tende ad avere migliori relazioni lavorative, maggiore successo e benessere rispetto a chi lo è meno; apprende dai propri errori e mantiene una buona autostima anche quando non riesce nei propri obiettivi.

Passivo o aggressivo?

La prima cosa da fare per migliorare la nostra assertività è fare una prima diagnosi, anche approssimativa, per capire da dove partiamo.

Coloro che non fanno parte del club degli assertivi vengono suddivisi dalla letteratura in due categorie: gli aggressivi e i passivi.

Le emozioni che contraddistinguono l’aggressivo sono: ira, intolleranza, risentimento, rancore, ostilità, mancanza di empatia, impazienza. 

Per sondare il nostro grado di aggressività, riflettiamo sulle affermazioni seguenti:

  • mi capita di interrompere frequentemente il mio interlocutore
  • raramente ammetto di sbagliare e molto difficilmente chiedo scusa
  • molto spesso realizzo i miei desideri a spese degli altri
  • tendo a lasciar poco spazio agli altri e amo imporre le mie posizioni
  • sono decisamente impulsivo nelle mie reazioni
  • ho scarsa fiducia nei miei interlocutori
  • voglio spesso che gli altri si comportino come dico io
  • cerco di risolvere situazioni spesso con un approccio verbalmente violento
  • difficilmente cambio idea su qualcuno

Il riconoscersi in almeno tre o quattro delle caratteristiche sopra potrebbe essere indice di una tendenza aggressiva.

L’altra faccia della medaglia, la passività, non si discosta poi cosi tanto dall’aggressività. Queste due caratteristiche, per quanto apparentemente opposte, hanno molti più lati in comune di quanto si possa pensare. La caratteristica principale del soggetto passivo è che si sente spesso oppresso e intimorito dagli altri. Le emozioni prevalenti sono: vergogna, senso di colpa, imbarazzo, angoscia, o invidia. 

Per sondare il proprio grado di passività, anche qui, se ci si riconosce in almeno tre delle caratteristiche seguenti potrebbe essere indice di una tendenza passiva: 

  • tendo a subire le opinioni altrui
  • provo disagio in presenza di persone che non conosco
  • ho difficoltà nel prendere decisioni perchè ho paura di sbagliare
  • dipendo dal giudizio e ho spesso bisogno dell’approvazione altrui
  • ho difficoltà nel fare richieste
  • ho problemi a dire la parola ”no”
  • evito il conflitto come la peste
  • mi scuso anche quando non è il caso
  • ho difficoltà nel fare o accettare complimenti

Le tecniche assertive

Niente paura, poichè cambiare è possibile e comunque non è facile essere assertivi. Che lo vogliamo o no, siamo immersi in una cultura che rema nella direzione opposta a una sana assertività. I modelli a cui siamo inconsapevolmente esposti influenzano il nostro modo di agire. 

Oltre a riconoscere a quale famiglia apparteniamo, se quella degli aggressivi o quella dei passivi, per diventare più assertivi esistono numerose tecniche, tra le più efficaci troviamo:

  • il disco rotto: consiste nel ripetere in modo reiterato ciò che si vuole o non si vuole senza la minima aggressività e senza fornire spiegazioni o giustificazioni a supporto delle nostre motivazioni. Questa modalità è molto utile soprattutto con coloro che hanno l’abitudine di interrompere alzando la voce. Per dirla con un proverbio: “se batti e ribatti si piega anche il ferro”.
  • l’annebbiamento: è una strategia molto utile quando si viene messi sotto pressione per farci fare qualcosa che non abbiamo la minima intenzione di fare. Al posto di offrire un nudo e crudo “no”, che sicuramente non ha il migliore effetto sul piano della comunicazione, una modalità efficace è quella di prendere atto del bisogno altrui ma di rifiutare comunque l’offerta:
    • A: “Ho bisogno di questo, subito!”
    • B: “Capisco, ma ora non è possibile perché …”
  • l’inchiesta negativa: in questa tecnica si invita l’interlocutore a chiarirci meglio la sua posizione. Il nostro strumento vincente è la continuità dei quesiti che lo costringeranno a fornirci motivazioni valide per le accuse che ci rivolge.
    • A: “Sei molto disordinato!”
    • B: “Davvero? Puoi spiegarmi come mai lo pensi?”
  • l’asserzione negativa: è una tecnica utile quando l’interlocutore è fastidiosamente offensivo e manipolatorio. Ciò che deve essere fatto è non confliggere con l’interlocutore, ma semplicemente prendere atto della sua critica. Per questa tecnica serve senso dell’umorismo.

In sintesi, noi possiamo cambiare il nostro approccio e con esso la modalità comunicativa. Ovviamente non è facile e c’è molto da lavorare. Tuttavia, una volta iniziato un percorso virtuoso di cambiamento e una volta cominciato a godere dei primi frutti, saremo noi stessi a volerlo difendere.

Picture of Vittoria Olivieri
Vittoria Olivieri
Psicologa del lavoro. Svolge attività di orientamento formativo e professionale per studenti e lavoratori. Dal 2017 accompagna lavoratori e aziende nell’implementazione di percorsi di Change Management.
Picture of Vittoria Olivieri
Vittoria Olivieri
Psicologa del lavoro. Svolge attività di orientamento formativo e professionale per studenti e lavoratori. Dal 2017 accompagna lavoratori e aziende nell’implementazione di percorsi di Change Management.
Categorie
Scarica le nostre guide gratuite
Desk Sharing
Desk sharing significa letteralmente condivisione
della scrivania
.
Si tratta di un’organizzazione delle postazioni dell’ufficio non più basata sull’assegnazione delle singole scrivanie, bensì sulla loro condivisione.
Clean Desk Policy
Si tratta di una direttiva promossa dall’azienda che regola il modo in cui le persone devono lasciare la postazione di lavoro una volta concluse le attività e come devono gestire i documenti, i file e, in generale, i dati sensibili.