Il paradosso del digitale tra talenti creativi che non sfondano e fuga di cervelli

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Ricordate il movimento di contestazione Occupy Wall Street? Fredrik deBoer sostiene che quel movimento anarchico – balzato agli onori della cronaca nel 2011 con l’occupazione di Zuccotti Park a New York per denunciare gli abusi del capitalismo finanziario – fosse nato perché i laureati dei migliori college americani non trovavano i lavori che pensavano di meritare a causa della crisi finanziaria.

Per capire la tesi dello scrittore americano bisogna introdurre la “teoria della sovrapproduzione d’élite” di Peter Turchin. Secondo lo scienziato russo – esperto di analisi statistica delle dinamiche storiche – capita che una società, in alcuni periodi, produca più membri della classe elitaria della capacità di concedere alla medesima dei privilegi. Credendo di averne invece diritto, questa élite può agitarsi a causa del malcontento fino a produrre disordini sociali.

Poi ci sono le motivazioni di congiuntura economica e del mercato del lavoro: ad esempio, se solo a Roma ci sono banalmente più architetti che in tutta la Francia, l’alta concorrenza nella capitale italiana costringe i professionisti a guadagnare molto meno delle aspettative se desiderano restare in patria. Ma questa è un’altra storia.

Cercando di focalizzarci su un problema alla volta, infatti, oggi la difficoltà maggiore riguarda i talenti creativi dell’era digitale. Mai nella storia umana, come adesso nel Ventunesimo secolo, tanta tecnologia e capacità di produzione creativa è stata diffusa in larga scala e in poco tempo. Da internet alla fotografia digitale, dai software grafici alle generative quali ChatGpt, gli strumenti e le piattaforme disponibili per l’espressione creativa sono vari, vasti e spesso a buon mercato. 

Fino alla metà degli anni Novanta le barriere di accesso alla tecnologia e al digitale erano ben più alte e la selezione dipendeva spesso dalla disponibilità economica del singolo per investire in strumenti a supporto. Nel momento in cui la tecnologia è diventata accessibile a tutti – e a maggior ragione nel momento in cui ha permesso di arrivare a un pubblico inimmaginabile fino a 25 anni fa – la possibilità di sfondare è crollata drasticamente. Un vero e proprio paradosso per i nuovi talenti creativi, tanto che – sempre citando deBoer – è statisticamente più probabile che un attore sfondi a Hollywood che un influencer diventi celebre con i suoi contenuti digitali: 

<<il numero crescente di coloro che bramano di arricchirsi nell’economia dei creatori – che credono di meritare il successo grazie alla loro istruzione e al duro lavoro – insieme alla consapevolezza che quasi tutti falliranno è un esempio di sovrapproduzione di élite>>.

Per quanto riguarda nello specifico l’Italia e, in particolare, la capacità del mercato del lavoro di creare occupazione di qualità e avanzata per tutti, possiamo dire che questa semplicemente non c’è. Un’evidenza che si va quindi ad aggiungere al tema della difficoltà di sfondare nel digitale, tanto per complicare ulteriormente lo scenario. Il nostro Paese infatti è ancora essenzialmente manifatturiero, composto prettamente da piccole-medie imprese e investe poco in digitalizzazione. Pochi investimenti che vanno proprio a penalizzare l’occupazione di tutto quel capitale umano che invece si è formato con la convinzione di avere le più moderne skill. 

Questo finisce per creare frustrazione per i talenti e impoverimento per la società nazionale nel momento in cui i migliori decidono di andare a ricoprire ruoli che trovano all’estero. Il Sole 24Ore ha stimato ci costi un punto percentuale di PIL, ovvero 14 miliardi all’anno.

Quindi, la domanda è: perché se ne vanno i più bravi, i più formati, quelli con competenze tecnologiche da spendere? Per approfondire la piaga della fuga dei cervelli dall’Italia, al di là dei classici motivi – la burocrazia italiana, l’alto costo del lavoro, i bassi stipendi, gli stage non retribuiti, i contratti precari… – possiamo citare anche la teoria della sovrapproduzione d’élite.

Come riportare indietro questa élite sarebbe un ragionamento interessante da fare anche per il nostro governo patriottico, ma loro sono troppo concentrati su chi arriva su un barcone per rendersi conto di chi va via in aereo con un biglietto di sola andata.

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Francesco Sani
Giornalista Pubblicista laureato in Sociologia all'Università di Firenze. È Direttore della rivista Firenze Urban Lifestyle e collabora con altri magazine e blog su temi attinenti Cultura, Ambiente e Società. Scrive e ha scritto per L'Espresso, Il Fatto Quotidiano, Smart Working Magazine e Artribune.
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Francesco Sani
Giornalista Pubblicista laureato in Sociologia all'Università di Firenze. È Direttore della rivista Firenze Urban Lifestyle e collabora con altri magazine e blog su temi attinenti Cultura, Ambiente e Società. Scrive e ha scritto per L'Espresso, Il Fatto Quotidiano, Smart Working Magazine e Artribune.
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