Il blog di Workitect

Legge e giustizia: il delicato equilibrio del mondo HR

Sono appena tornato a casa, getto sul divano la giacca che si accascia stanca nel suo grigiore “avvocatesco”, colore che, se possibile, si mostra anche più vivace di me in questo momento.

Sono deluso e anche un po’ arrabbiato. Ho (seppur parzialmente) perso inaspettatamente una causa contro un dipendente licenziato per un comportamento a mio avviso inaccettabile, ma che un magistrato non ha evidentemente ritenuto tale.

Bevendo un bicchiere di vino cerco di darmi una spiegazione: nessun errore procedurale da parte dell’azienda, un comportamento del lavoratore che mi sembra davvero ingiustificabile, un’istruttoria coerente con la strategia difensiva datoriale… eppure… si è perso, anzi ho perso.

Mi arrovello su cosa sia andato storto. Il mio Barbera accompagnato da un’arrotatissima Edith Piaf che canta Les amants d’un jour mi fa capire all’improvviso la ragione del mio profondo disappunto: non è solo la sconfitta, ma è il sentimento (perché di sentimento si tratta) di ingiustizia che percepisco.

Dentro di me, mi chiedo, ancora una volta, e nonostante i molti lustri passati dalla mia laurea, cosa significhi essere “giusti” e, più vado avanti, più comprendo quello che in un lontanissimo esame di filosofia del diritto avevo cercato di capire e cioè la differenza – se c’è – tra Legge e Giustizia.

Ciò che è legale è sempre giusto (e viceversa)? Nel mondo HR basta muoversi nella legalità o bisogna aspirare ad essere anche “giusti”?

Socrate inizia il dialogo del “Minosse” con una domanda: “che cosa è la legge?” e Jaeger, mirabile filologo tedesco, chiarisce come il mondo greco abbia teso a “riferire il diritto” “all’essere”, vedendo quindi la Legge come uno strumento che tende a garantire l’“ordine” permanente del kosmos.

Omero arriva a sostenere che la distinzione tra la civiltà e le barbarie può essere garantita da Dike e cioè dalla Giustizia.

Dike è figlia di Zeus e della sua seconda moglie Themis (figlia di Urano “il Cielo” e di Gea la “Terra”) che rappresenta, in un certo senso, la “Legge” cosmica.

Ho sempre visto la madre Themis (la Legge) come archè – principio – della stessa figlia “dike” (la Giustizia). Immagino Dike come uno “strumento” di applicazione al “caso concreto” di Themis affinché quest’ultima si renda comprensibile ai “mortali”.

E mentre Edith canta “J’ai bien trop à faire pour pouvoir rêver…” (“Ho troppo da fare per poter sognare…”) capisco che il sentimento – o meglio il mio risentimento – nasce dal percepire offeso il “mio” senso di giustizia. E sì perché così come la madre (Themis) e la figlia (Dike) possono litigare, anche la Legge può essere ben diversa dalla Giustizia e, nel mio caso, sento di essere stato incompreso.

Secondo Henry Sidgwick “spesso giudichiamo che la Legge non realizza completamente la Giustizia; la nostra idea di Giustizia ci fornisce uno standard con il quale confrontiamo le leggi effettive, e le giudichiamo giuste o ingiuste”.

Ecco, credo che nel mondo HR dovremmo sempre parlare di legalità “per” la Giustizia e, qualora, invece ci si riferisca a legalità e giustizia in termini antitetici, il risultato determina delle problematicità (soprattutto per l’ordine costituito, tanto è vero che le rivoluzioni scoppiano – e riescono – quando il senso della Giustizia supera, si contrappone – e vince – sulla legalità).

Noi operatori del mondo HR dobbiamo sempre operare non solo nella legalità, ma anche nel rispetto del senso di giustizia.

Nel mondo HR non c’è posto per una “fede” assolutista, ma solo per un “pragmatico relativismo” che ci fa “vivere” le cose dal di dentro: in un mondo in cui nessuno prende mai posizione, ci ritroviamo sempre in prima linea dovendo decidere cosa è “giusto” fare (o non fare).

Sono all’ordine del giorno domande non solo strettamente giuridiche, ma anche “etiche”: è giusto licenziare un dipendente che ha rubato, solo una volta, un bene di modico valore? È giusto “cacciare” un dipendente che ha avuto un atteggiamento violento con un collaboratore, ma che sta vivendo un momento difficile in famiglia? Ha senso chiudere uno stabilimento per poterne salvare altri tre? Sono questioni a cui non è facile dare una risposta riferendosi solamente alla legge, dovendo chiamare in causa anche il “sentimento” di giustizia.

Penso, non per giustificare agli altri il mio insuccesso ma per “spiegare” a me stesso le ragioni del fallimento, che i tormenti nel “nostro” mestiere HR non sono limitati solo al “senso” della legge ma anche alla valutazione del “giusto” e questo perché il diritto del lavoro non è un diritto “astratto”, ma è una disciplina che di fonda nel e sul “reale” con tutte le sue contraddizioni e le relative zone grigie.

Allora capisco che la domanda che mi devo porre non è “perché ho perso”, ma “se sono nel giusto” e, proprio in questo momento, passa alla televisione silenziata (anche tacciata da Edith che continua a cantare…) un’immagine che ritrae il motto dell’Amerigo Vespucci (che proprio in questo giorni “compie” novanta anni) “Non chi comincia ma quel che persevera”. Diciamo che voglio credere alle coincidenze… è notte tarda, ma non è abbastanza tardi per cominciare a scrivere il mio ricorso in appello… Dike ti convincerò.

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