Il blog di Workitect

Lezioni spirituali per giovani smart workers

<< […] il tormento maggiore non è lavorare. La tortura più dolorosa ed innaturale è quella subita da chi, pur avendo talento, è costretto a non usarlo o a usarlo in misura inferiore a quanto potrebbe>>.

Un passaggio di Lezioni spirituali per giovani samurai di Yukio Mishima mi salta in mente nell’apprendere la notizia che il premier giapponese Yoshide Suga ha proposto la settimana corta di 4 giorni lavorativi, una mini-riforma inserita nel Piano economico annuale. Una notizia che mi incuriosisce più dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Tokyo.

Pare incredibile che dal paese del Sol Levante, quello dell’alzabandiera la mattina nelle fabbriche e del Karoshi (la morte per overworking) arrivi una proposta del genere. Perché in Giappone andare in ufficio è una forma di nazionalismo, altro che presenzialismo! Ricordo a Tokyo di aver visto impiegati che il venerdì sera, all’uscita dall’ufficio – qui è normale uscire dall’ufficio anche a mezzanotte – lasciavano il biglietto da visita al balcone del bar prima di iniziare a bere. Poi si ubriacavano fino a perdere coscienza. Il biglietto serviva al barman a chiamare un taxi e riportare a casa l’impiegato modello di tutta la settimana. 

Oggi il Giappone non solo affronta il costo sociale del burnout da ossessione per il lavoro, ma si trova ad affrontare anche all’opposto gli Hikikomori, ovvero quelle persone che in risposta alla iper competitività della società giapponese decidono l’autoisolamento. Scelgono di scappare fisicamente dal lavoro o dalla scuola rinchiudendosi in casa, nutrendosi esclusivamente con cibi ordinati online, rifiutando ogni contatto con l’esterno e la vita di comunità. Una forma di protesta contro la grande pressione della società giapponese verso l’autorealizzazione e il successo personale, a cui l’individuo viene sottoposto fin dall’adolescenza.

Un altro fenomeno è meno noto da noi, ma questo è anche il paese degli Johatsu. Ovvero persone che decidono di “evaporare” in risposta ad uno stress lavorativo (ma anche personale). Pagano delle società specializzate per cambiare identità e sparire nel nulla. Studiato per la prima volta nel 2008, questa assurdità è diventata sempre più consolidata. Si stima che in Giappone gli “evaporati” siano 100mila ogni anno. Uomini e donne che riescono a cancellare ogni traccia di sé attraverso queste organizzazioni che agevolano anche il loro trasferimento. Pare, addirittura, che nella metropoli di Tokyo ci sia un intero quartiere popolato dagli “evaporati”.

Aldilà dei vizi & virtù di un paese culturalmente così diverso dal nostro – per me i giapponesi sono ancora i kamikaze del film di Paolo Villaggio Superfantozzi – i nipponici hanno due grandi problemi: la bassa produttività e la bassa natalità. Ecco quindi che il primo ministro Suga pensa che settimana lavorativa corta e una maggiore diffusione dello smart working possa essere una risposta. Ma non sarà facile, in Giappone già il lavoro da remoto ha avuto un’opposizione culturale che non è stata scalfita neppure dalla pandemia da Sars-CoV2. Nonostante il ministro dell’economia Yasutoshi Nishimura lo scorso anno abbia chiesto alle aziende di consentire almeno al 70% dei propri dipendenti di passare al telelavoro, modificare la routine imposta dalle aziende non è facile. Oggi, tra i grandi paesi a economia matura, il Giappone ha solo il 20% dei dipendenti in smart working, benché lo stato di emergenza anche lì fosse stato prorogato al 30 giugno. 

Eppure anche il remote working potrebbe essere controproducente in una nazione di workaholics: a fronte della riduzione dell’orario di lavoro, le tecnologie che permettono di rendere infinito il tempo di connessione, potrebbero causare una compressione spazio – temporale e i giapponesi ritrovarsi al lavoro ad eternum… O meglio, da olimpiade!

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