Salario minimo garantito e trattativa sindacale: Keynes vs Smith?

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All’ombra del promontorio del Circeo e al termine di una splendida giornata di mare, guardo sul cellulare un po’ svogliatamente le ultime novità in materia di diritto del lavoro, nella speranza di trovare qualcosa che mi incuriosisca di più di un fantastico castello di sabbia che dei bambini stanno costruendo, incuranti dell’inevitabile e prossimo crollo, determinato da minacciose onde che stanno per travolgerlo.

E, a proposito di strane coincidenze su fallimenti più o meno conclamati, dalla rassegna stampa mi cala casualmente lo sguardo su un argomento che ha sempre suscitato in me più sorpresa che un sincero interesse: il salario minimo garantito.

Ogni volta che ne sento parlare, mi torna in mente una remota lezione di economia politica su un argomento del tutto diverso, ma non privo a mio parere di aspetti comuni: le teorie keynesiane in materia di interventi statali, quello che io (ma non solo) chiamo in modo un po’ scontato la teoria del “scava la buca, riempi la buca”.

In altre parole, la teoria si fonda, tra i vari aspetti, sul principio che sia importante alimentare la domanda anche tramite interventi dello Stato e che tale “scintilla” possa avere effetti benefici a cascata. Portando al parossismo tale teoria, anche un intervento apparentemente “inutile” come scavare e riempire una stessa buca potrebbe portare ad alcuni benefici a livello economico.

Questa ricerca volta a trovare aspetti positivi in attività che possono sembrare anche non necessarie, mi sembra un’ipotesi che si adatta perfettamente al tema del salario minimo garantito.

Mentre un bambino si sta mettendo le mani nei capelli perché il suo castello sta per essere distrutto da Nettuno – che non sembra avere alcuna pietà della sua fatica – cerco di capire il perché di tutto questo interesse.

A prescindere dalle normative europee (che solitamente vengono evocate quando si è a corto di argomenti) e lungi da me qualsiasi valutazione di carattere politico, penso a quegli innumerevoli contratti collettivi che, ogni qualvolta entro nel mio Studio, sembrano volersi lanciare dagli scaffali della libreria con un’energia pari a quella di temerari adolescenti che stanno per cimentarsi con il bungee jumping. 

Se c’è una cosa che non manca nel nostro ordinamento è proprio la contrattazione collettiva, considerato che ci sono centinaia di Ccnl che hanno come obiettivo centrale la fissazione – non per legge ma per trattativa – di salari minimi da applicare in ogni settore produttivo.

Premesso che Keynes è più nelle mie corde di Smith, devo tuttavia ammettere che mentre in ordinamenti dove la contrattazione collettiva è debole o poco sviluppata potrebbe essere utile un intervento statale di stimolo alla fissazione di salari minimi garantiti (in analogia alla teoria keynesiana), tale assunto non è certamente utilizzabile in Italia dove la (involontaria) applicazione alle relazione sindacali della teoria (teoricamente opposta) del libero mercato di Smith, ha portato a risultati certamente apprezzabili.

Se fino ad oggi, la volontà – anche costituzionalmente orientata – è stata quella di lasciare alle relazioni sindacali la più ampia libertà di azione, non mi sembra segnare un passo in avanti la scelta di “fissare” per legge dei livelli minimi salariali, anche per non mortificare lo stesso ruolo delle organizzazioni sindacali che storicamente hanno avuto la loro prima ragion d’essere nel sostenere, in un genuino e dialettico confronto tra le controparti, legittime rivendicazioni volte a ottenere miglioramenti retributivi.

Né mi sembra che l’imposizione dall’ “alto” di un salario minimo possa risolvere le questioni relative al lavoro nero o supportare settori merceologici in cui gli abusi risultano particolarmente diffusi, anche tramite forme contrattuali a dir poco fantasiose. Chi sfrutta illegittimamente i propri lavoratori non si fermerà di certo per una legge dello Stato che imporrebbe un minimo di paga a queste risorse.

Probabilmente, la strada da percorrere per migliorare le condizioni di lavoro, passa non tanto dalla fissazione di deboli obblighi di legge, ma da politiche di sviluppo che vadano a premiare datori che assumono regolarmente in zone svantaggiate, adottando semmai forme di sgravio in modo permanente (e non temporaneo) per la riduzione del cuneo fiscale.

Un po’ come un castello di sabbia sulla riva del mare, temo che investire troppe speranze su forme legali di salari minimi garantiti non possa che determinare false illusioni per soluzioni giuridiche che non potranno essere né lungimiranti, né strutturali e che alla prima “mareggiata” non potranno che crollare.

Sergio Alberto Codella
Sergio Alberto Codella
Avvocato da sempre interessato al diritto del lavoro, della previdenza sociale e sindacale. Da circa vent’anni svolge attività di natura giudiziale e consulenziale in favore di società e manager. É segretario generale della AIDR Associazione Italian Digital Revolution.
Sergio Alberto Codella
Sergio Alberto Codella
Avvocato da sempre interessato al diritto del lavoro, della previdenza sociale e sindacale. Da circa vent’anni svolge attività di natura giudiziale e consulenziale in favore di società e manager. É segretario generale della AIDR Associazione Italian Digital Revolution.
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