Sarah Jaffe – collaboratrice del New York Times, The Guardian e Washington Post – ha un vissuto personale di precarietà come giornalista freelance, e forse è per questo che è sempre stata interessata al tema del lavoro, anche quando scriverne non era argomento mainstream.

Adesso il suo ultimo libro è edito pure in Italia da Minimum fax dal titolo Il lavoro non ti ama, ed è considerato il più innovativo tra quelli usciti negli ultimi 20 anni sul future of work.

L’autrice lo ha presentato al Salone del Libro di Torino e a Milano lo scorso 23 maggio. Nell’occasione è stata intervistata da Radio Popolare e le sue osservazioni hanno colto la mia attenzione.

Nel testo, la riflessione centrale riguarda il lavoro che quando inteso come “missione” è un’idea tossica. Il titolo originale rende bene l’idea – Work won’t love you back. How devotion to our job keeps us exploited, exhausted, and alone – ovvero la devozione per il nostro lavoro ci rende esausti, sfruttati e soli.

«Fa’ ciò che ami, e non lavorerai nemmeno un giorno in vita tua» è lo slogan che secondo la tesi del libro muove le nostre vite alla ricerca del lavoro dei sogni. Ma anche il falso invito a fare con il sorriso sulle labbra, a mettere in gioco il talento e doversi sentire parte di una squadra o, ancora di più, parte di una “famiglia”.

Peccato che in quello slogan si nasconderebbe la ricetta per lo sfruttamento, la parola in codice per una nuova tirannia del lavoro che è stata accolta positivamente, la convinzione che il lavoro avrebbe ricambiato quell’amore. Ora però la maschera è caduta e lo abbiamo visto con le Grandi Dimissioni, perché facciamo sempre più fatica a cogliere il privilegio delle nostre vite precarie! 

Con Il lavoro non ti ama Sarah Jaffe da’ un nome e una ragione a questo groviglio di inquietudine, frustrazione e senso di colpa che fa sottofondo alle giornate lavorative, intrecciando le singole storie di lavoratrici e lavoratori a un’acuta analisi della storia recente.

Come è arrivata la società a imporci il lavoro quale missione?

Con una forte base teorica che va da Karl Marx a Silvia Federici, da Mark Fisher a Selma James, il saggio mostra che il capitalismo è anche manipolazione delle emozioni, ha bisogno dell’adesione ideologica perché le condizioni lavorative sono peggiorate. Ma è un’ideologia che sta crollando, ed esiste una possibilità di ribellione.

Interessante e attuale la riflessione sulle Grandi Dimissioni. Non si tratterebbe di un fenomeno di massa, quanto persone che cercano un lavoro migliore e non di fare altro. Ma sono cambiamenti a breve termine e invece ne occorrono a lungo termine e in questo la sindacalizzazione avrebbe ancora un ruolo.

Negli USA, dove solo l’11% dei lavoratori è sindacalizzato (in Italia siamo al 22%), stiamo assistendo a nuove lotte sindacali e scioperi, pensiamo a Make Amazon Pay. Amazon, spiega l’autrice, ha speso 4 milioni di dollari in consulenze su come gestire e contrastare la crescente sindacalizzazione. Potevano investire quei soldi per migliorare la condizione dei lavoratori verrebbe da chiedersi, e invece no, perché le aziende di quel tipo vogliono mantenere la struttura di potere immutata.  

Questo non è soltanto un libro che «fa pensare»: è un’istigazione al cambiamento, lo strumento per accendere una rivoluzione del lavoro. «La beffa più grande del capitale è stata convincerci che il lavoro sia il nostro più grande amore» – afferma la Jaffe – «liberare l’amore dal lavoro, allora, è la chiave per ricostruire il mondo».

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