Spazi di lavoro, grandi eventi e politiche urbane. Se il greenwashing cambia la città

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Una recente ricerca della Cornell University dimostrerebbe come il problema delle emissioni climalteranti non venga tanto dai trasporti bensì dai consumi energetici degli uffici. La conclusione è che: […] l’abbattimento di gas serra lavorando da casa supererebbe il 54% rispetto a chi invece deve recarsi in ufficio”. Ma la realtà a mio avviso è più complessa per due motivi, in particolar modo se prendiamo in considerazione che l’Italia non è la Scandinavia per efficientamento energetico, né l’Olanda per la mobilità.

Il risparmio energetico e la mobilità urbana.

In Italia, il passaggio dal riscaldamento centralizzato al termoregolabile per ciascuna unità abitativa (alimentati a caldaia, quindi a gas metano) ha aumentato consumi energetici e inquinamento. Qualunque termotecnico potrebbe confermarlo, non a caso molti Comuni adesso prescrivono il riscaldamento centralizzato per i condomini di nuova costruzione perché più efficienti. 

Il lavoro agile è un modello organizzativo di una o più aziende, inserite in un tessuto urbano, ma il complesso sistema di mobilità cittadino non riguarda solo le attività terziarie. Che sia nata prima l’impresa o l’ufficio che la ospita, sono le politiche urbane a cambiare la città, non basta la remotizzazione delle attività se gli spostamenti per tutto il resto restano problematici. Sicuramente, minori spostamenti significano minori costi per il pendolare e minore emissione di particelle inquinanti. E veniamo al secondo motivo che mi fa ribattere alla ricerca della Cornell University. 

Il greenwashing urbano.

Le città non attirano solo lavoratori ma anche investitori e city users. Le politiche urbane “accentratrici” – quelle dei grandi eventi o delle riqualificazioni con moderni edifici e infrastrutture viarie che alimentano il consumo di suolo e la produzione di CO2 – costituiscono una narrazione ormai insostenibile. Sono un modello di crescita che genera difficoltà. Da una parte c’è l’attrazione di persone ad alto potenziale di spesa, dall’altro c’è l’espulsione di una popolazione a basso reddito verso periferie sempre più lontane, con l’aumento a dismisura del pendolarismo.

Nel libro L’invenzione di Milano (edito da Cronopio, 2023) l’autrice Lucia Tozzi studia il caso di Milano, ma la logica del modello che definisce “greenwashing urbano” si applica a qualunque città.

Ovvero: grandi opere immobiliari per attirare capitali, architetture fantasmagoriche, progetti per rigenerazioni a beneficio di abitazioni di lusso, innalzamento del livello degli affitti e competizione internazionale per l’allargamento dei flussi turistici. Quando i sistemi urbani hanno in cantiere grandi opere, centri commerciali e direzionali che alimentano il consumo di suolo e la produzione di CO2, invitare al remote working le imprese per ridurre le emissioni lascia qualche dubbio!

Certo, tutti gli attori devono fare la loro parte – aziende comprese, che non vivono in una bolla – ma se una città ha un problema irrisolvibile di mobilità privata, stiamo guardando a una parte del sistema ignorando però il quadro d’insieme.

Francesco Sani
Francesco Sani
Giornalista Pubblicista laureato in Sociologia all'Università di Firenze. È Direttore della rivista Firenze Urban Lifestyle e collabora con altri magazine e blog su temi attinenti Cultura, Ambiente e Società. Scrive e ha scritto per Il Fatto Quotidiano, Smart Working Magazine e Artribune.
Francesco Sani
Francesco Sani
Giornalista Pubblicista laureato in Sociologia all'Università di Firenze. È Direttore della rivista Firenze Urban Lifestyle e collabora con altri magazine e blog su temi attinenti Cultura, Ambiente e Società. Scrive e ha scritto per Il Fatto Quotidiano, Smart Working Magazine e Artribune.
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