Il blog di Workitect

Lo smart working post pandemia è una questione di spazi. E uffici abbandonati

La mia amica Tania, programmatrice alla Cisco Systems, dall’inizio della pandemia non ha più messo piede in ufficio. E pensare che a inizio 2020 l’avevano appena trasferita nella sede polacca di Cracovia. In quel settore sta avvenendo una rivoluzione con ripercussioni sul mercato del lavoro dei talenti informatici: lo smart working “per sempre” come strumento per sottrarre cervelli alla concorrenza. Tecnici in grado di operare da remoto ovunque e che adesso in ufficio proprio non vogliono più metterci piede. Una concessione fatta, guarda caso, ai dipendenti di Facebook – oggi Meta – che possono pure trasferirsi all’estero (previa rimodulazione dello stipendio, considerando il costo della vita del nuovo domicilio scelto dal collaboratore).

In Italia, saranno 4,38 milioni gli italiani che rimarranno a lavorare in modalità ibrida in questo periodo. Secondo la stima dell’Osservatorio del Politecnico di Milano sullo smart working, sono 7 volte i numeri dell’inizio 2020, quando il terribile virus non era all’orizzonte. O meglio lo era, ma non pensavamo che avrebbe sconvolto il mondo… 

Le grandi città hanno sofferto il remote working forzato e in particolare il mercato immobiliare di alcune realtà ha segnato il passo. Ad esempio, dall’inizio della pandemia, Parigi ha perso 50.000 residenti, qualcuno ricorderà in merito il servizio in tv della RAI pochi giorni fa. Si tratta di dipendenti che hanno colto l’occasione per lasciare la capitale francese e lavorare da remoto in piccoli centri o in campagna (favoriti dal fatto che Macron, quando annunciò il lockdown, diede ai francesi 48 ore di tempo per decidere dove farlo, provocando la grande fuga dalla città). Molti hanno chiesto di rimanere in modalità agile e si spostano in ufficio solo quando strettamente necessario. Alcuni si sono proprio trasferiti a centinaia di chilometri da Parigi e sono finiti fuori dai radar dell’azienda perché hanno paura a prendere i mezzi pubblici!

Oggi si vedono le conseguenze, Le Monde cita il caso del gruppo televisivo M6 (in Francia seconda solo a TF1…) che in estate ha rinunciato a ben 1.400 mq dei suoi uffici parigini. Oppure il gruppo automobilistico PSA prevede che lo smart working su base volontaria, fino a tre settimane al mese, gli consentirà di ridurre nel 2022 del 30% i mq occupati dai suoi uffici. Quanto risparmiano le aziende? Per il quotidiano le stime, a costi della Francia, andranno dal 12 al 36% con due giorni e mezzo di “lavoro a distanza” alla settimana.

Su Internazionale è stata pubblicata una serie fotografica ad opera di Chris Maggio chiamata “Abandoned offices during covid” per The New York Times. La serie è accompagnata da alcuni casi di aziende nel settore dei servizi che hanno deciso di disdire proprio il contratto d’affitto degli uffici o di altre che hanno semplicemente messo nel cassetto progetti di ampliamento. 

In Italia la gestione delle aziende è ancora di tipo molto tradizionale – i dirigenti vogliono i collaboratori in ufficio – ma magari nelle grandi aziende i direttori amministrativi hanno colto la palla al balzo per ridurre i costi. Tutti le società che hanno più sedi sparse sul territorio stanno prendendo in considerazione l’idea di ridurre gli spazi, concedendo ai dipendenti di appoggiarsi ai coworking a loro più prossimi.

Per chiudere, cito Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, secondo cui l’esperienza della pandemia “ha fatto evolvere i modelli organizzativi del lavoro e cambiato le attenzioni di lavoratori e imprese, che hanno toccato con mano i vantaggi di modelli più flessibili”. In altre parole, si tratta di una rivoluzione dove “l’ufficio” non sarà più come prima. È una questione di “spazi” … Spazi mentali, sociali o vitali che spingono i collaboratori a chiedere un nuovo equilibrio tra lavoro e vita privata. Le aziende dovranno assecondarli.

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