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Lo smart working un alleato contro la diffusione della pandemia. Ma non lo abbiamo sfruttato a dovere

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Il 2021 si è chiuso con 144mila italiani risultati positivi al SarsCoV-2. Variante Omicron o Delta che sia, il 2022 è iniziato con oltre 1 milione di persone complessivamente registrate come positivi attivi dalle aziende sanitarie locali.

Le scuole sono state la prima fonte di diffusione poi, con buona pace di Confindustria e del ministro Renato Brunetta, i luoghi di lavoro. L’ostinata difesa del “ritorno alla normalità” potrebbe essersi rivelata un boomerang, incrociamo le dita.

Nonostante la responsabile delle misure di emergenza anti-pandemiche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Maria van Kerkhove, abbia richiamato i governi ad estendere lo smart working, abbiamo progressivamente perso un argine di sicurezza per il repentino ritorno in presenza dopo l’estate.

I governi possono imporre il lavoro da remoto alle pubbliche amministrazioni e alle imprese private – il telelavoro ha evitato milioni di contagi – ma in Italia lo abbiamo abbandonato prima del tempo. Nel nostro paese, nonostante i risultati dell’uso disciplinato della mascherina e il miglioramento degli strumenti per lo smart working, anche il premier Draghi ha fatto troppo affidamento sui successi della campagna vaccinale.

Con un’economia essenzialmente manifatturiera e basata su miriadi di medie e piccole imprese, gli italiani sono tornati sul posto di lavoro ben prima dei loro colleghi europei e americani. 

Allo stesso tempo, c’è stata la decisione del Ministero della Pubblica Amministrazione di richiamare tutti i dipendenti in ufficio dal 15 ottobre. Una scelta forse oggi da biasimare due volte, perché non è stata fatta marcia indietro neppure quando i contagi sono aumentati esponenzialmente tra novembre e dicembre.

Evidentemente il ministro Brunetta si è sentito forte del risultato raggiunto con i sindacati – l’atteso accordo per regolare il lavoro da remoto che introduce la flessibilità – evitando il ricorso alla soluzione d’emergenza come era capitato nel 2020.

Peccato, perché la ricerca Istat del 15 dicembre ha evidenziato come l’80% dei lavoratori della pubblica amministrazione italiana abbiano risposto di avere tratto beneficio dal telelavoro in termini di qualità della vita nel 2021 (dopo il traumatico primo esperimento durante il lockdown).

Forse, anche per logiche politiche, si è puntato repentinamente a un “ritorno alla normalità” tradottosi in centinaia di migliaia di persone negli uffici e sui mezzi di trasporto pubblico. I dati di Google sulla mobilità sono lì a dimostrarlo.

Tra l’altro, con la storia che la situazione pandemica da noi era migliore che negli altri paesi, l’Italia a dicembre era all’ultimo posto nell’Unione Europea per ricorso al remote working. L’esatto contrario di quello che ha fatto la Germania, dove il lavoro agile è tornato obbligatorio senza motivazioni operative che giustificassero la presenza. Sulla stessa linea tutti i paesi nordici, Gran Bretagna e Irlanda incluse. 

Da un punto di vista culturale, se nel settore pubblico la restrizione al ricorso allo smart working si è intrecciata con posizioni ideologiche dei sindacati – tradizionalmente sospettosi sul telelavoro perché temuto come anticamera di esternalizzazioni e riduzione di personale – nel privato c’è uno storico limite strutturale.

Nel 2019, senza minacce pandemiche all’orizzonte, l’Italia aveva solo il 4% degli occupati che regolarmente sperimentavano il lavoro agile. Quindi la nostra normalità era quella, lo abbiamo capito nella famosa gaffe del sindaco di Milano Beppe Sala quando nell’estate del 2020 invocò il “torniamo a lavorare”. Ma quella normalità non ha più senso di essere ambita adesso.

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